Altri Viaggi

By Lenny Bruce

Published on Nov 7, 2010

Gay

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should obviously not be reading it. All characters are fictional and any resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes place in actual locations and establishments, the author takes full responsibility for all events described and these are not in any way meant to reflect the activities of real individuals or institutions. The author retains full copyright of this story.

Questo è il secondo degli otto capitoli che compongono questo romanzo.

Altri Viaggi

  1. CAPOSQUADRIGLIA

Paoletto entrò nella mia vita nel momento in cui Marco ne uscì.

Marco era giunto all'età in cui si abbandona il reparto per divenire rover, Paoletto a quella che gli consentiva di entrare negli esploratori, lasciando i lupetti. I due eventi coincisero, perciò non ebbi molto tempo per evolvermi dalla condizione di discepolo a quella di mentore.

Ogni anno, alla ripresa delle attività del gruppo scout, si celebrava una cerimonia particolare, quella del passaggio. C'erano sempre sette, otto lupetti undicenni che entravano negli esploratori e altrettanti quindicenni che lasciavano il reparto per diventare rover. Era per questo rito, oltre che per festeggiare il ritrovarsi dopo l'estate, che l'ultima domenica di settembre o la prima di ottobre, tutto il gruppo, formato di ragazzi e ragazze dai sette ai trenta anni e anche di più, si muoveva verso un bosco non lontano dalla città.

Paoletto lo conoscevo già, nel senso che ne sapevo l'esistenza, solo per la singolarità della sua storia. Sebbene le nostre famiglie vivessero in case relativamente vicine, per quanto è grande la città, non l'avevo mai notato, forse neppure visto, né sapevo molto di lui, tranne che viveva con la nonna, perché la mamma era morta di parto e suo padre non aveva più voluto occuparsene o qualcosa di simile. E quello è il tipo di storia che circola fra persone che si conoscono. Sono storie sempre attuali, si sviluppano e rimbalzano e, anche se erano passati ormai sette, otto anni dal fattaccio dell'abbandono o di ciò che era stato, tutti lo sapevano, lo ricordavano e ne parlavano ogni tanto.

La storia è questa: la mamma di Paoletto morì pochi giorni dopo il parto e suo padre andò a vivere in casa di sua madre, nonna Luigia, che era già vedova. Nella casa viveva anche un altro figlio allora poco più che ventenne, lo zio Giulio. Tre anni dopo il padre di Paoletto decise di risposarsi e nonna Luigia capì che presto avrebbe perso l'affetto esclusivo del nipotino, cui era evidentemente molto affezionata, avendogli fatto da madre per tutta la sua breve vita. E tale la considerava Paoletto che, nonostante avesse solo tre anni, non ne voleva sapere di lasciarsi anche sfiorare da quella che stava per diventare la sua nuova mamma.

Quando, al ritorno dal viaggio di nozze, giunse il momento di cambiare casa e di andare a vivere con il papà e la matrigna, Paoletto si ammalò. Era sempre stato un bambino sanissimo, ma la febbre che lo assalì la notte successiva al trasloco non lo lasciò neppure dopo una settimana.

Nonna Luigia decise di fare un ultimo disperato tentativo e, mentre era sola nella nuova casa, a guardia del malatino, lo infagottò in una coperta e se lo riportò a casa sua. Lo sistemò nel lettino in cui era da sempre abituato a dormire e attese che accadesse il miracolo che di certo sarebbe avvenuto. Ne era così sicura che non si scoraggiò neppure quando il bambino fu ripreso dai brividi. Non chiamò il medico. Attese per ore. Non s'allontanò mai dalla culla. Restò a fissare quel piccolo corpo febbricitante e a pregare.

Lo zio Giulio li trovò molto più tardi, entrambi addormentati, quando rientrò. La nonna un po' indolenzita dalla posizione scomoda e tremante per il freddo, visto che s'era scordata anche di accendere il riscaldamento, il nipotino sognante e soprattutto sfebbrato, con un colorito roseo assolutamente ingiustificato, per quanto male era stato fino al mattino.

Svegliata la mamma, Giulio ottenne una spiegazione incoerente, ma qualunque cosa fosse, miracolo o fortuna, Paoletto era guarito. Giulio lo costatò immediatamente, anche se era solo uno studente di medicina. Quell'inaspettata conclusione della malattia fece riconsiderare le decisioni che la famiglia aveva preso circa il destino di Paoletto: per il momento, per la convalescenza, sarebbe rimasto con la nonna, ma poi sarebbe andato a vivere con il papà e con la nuova mamma, della cui premura nessuno dubitava.

Visto con chi aveva trascorso tutti gli anni successivi, si sarebbe detto che Paoletto non fosse mai guarito, perché la nonna non lo lasciò più andare. Suo padre smise di chiederne la restituzione e la matrigna semplicemente non pensò più a lui. Che stesse con la nonna che l'amava tanto, una domenica ogni tanto l'avrebbero ospitato volentieri a pranzo. E così fu, tanto che quei pranzi divennero l'incubo di Paoletto, finché fu abbastanza grande da confessare al papà e alla matrigna che ne avrebbe volentieri fatto a meno. Così cessarono anche quelli e la famiglia si riunì solo per le feste, finché il papà non dovette trasferirsi per lavoro in una città abbastanza lontana perché non si vedessero quasi più.

Negli anni in cui questi fatti si svolsero, mia madre ne parlò spesso con mio padre, come facevano periodicamente quasi tutte le persone a conoscenza della storia. Lei sosteneva sempre la colpevolezza di nonna Luigia la quale, non accettando di perdere il nipotino, aveva ordito chissà quale trama per tenerselo, sottraendolo alla sua famiglia naturale. Mio padre, invece, coetaneo del papà di Paoletto e suo compagno di giochi e poi di studi, aveva sempre propeso per un forte concorso di colpa da parte di quest'ultimo. Ne ricordava, infatti, l'infinita abilità nel sottrarsi ad impegni e doveri.

Comunque, dopo gli eventi romanzeschi e miracolosi dell'infanzia, la vita di Paoletto era trascorsa serena in quella famiglia ritrovata. Nonna Luigia l'aveva sempre circondato d'ogni attenzione ed educato con severità, mai viziandolo, come tutti i conoscenti si sarebbero aspettati. Lo zio Giulio gli fece da padre, finché anche lui non si sposò proprio quando suo nipote aveva da poco compiuto gli undici anni.

Il giorno successivo a quello del matrimonio, la prima domenica d'ottobre, ci fu l'uscita che inaugurava l'attività del gruppo scout per quell'anno. E fu lì che incontrai Paoletto.

Eravamo tutti curiosi di conoscere i nuovi compagni. Se ne stavano appartati, ormai troppo grandi per stare con gli altri lupetti, ma non abbastanza da sentirsi a proprio agio con noi.

Paoletto era il più alto, ma quello che mi colpì, facendolo isolare fra i suoi compagni, fu il suo aspetto arruffato. Aveva una massa di capelli biondi e spettinati che gli ingrandivano la testa. La divisa da lupetto, che indossava per l'ultima volta, gli stava piccola. Ma era la sua espressione a colpire: di estrema gravità, come se una sciagura l'avesse colpito. Non sapevo del matrimonio dello zio e non immaginavo cosa potesse essergli accaduto. Fatto sta che lui era l'unico serio in un gruppo di ragazzini vocianti. Guardava per terra, le mani nelle tasche dei calzoncini e gli occhi ridotti a fessure, sebbene sotto i pini ci fosse ombra. Forse cercava davvero di non vedere una realtà che lo spaventava.

Quando seppi che sarebbe venuto nella mia squadriglia, gli prestai ancora più attenzione e finalmente lo riconobbi, mi tornò in mente la sua strana storia. Pensai che forse tutta quella tristezza fosse dovuta al non avere la mamma. Io che l'avevo e l'amavo ero certo che essere orfani fosse una sciagura che portasse infelicità in ogni momento della propria vita.

Quando fu ora di mangiare, ci ritrovammo nelle squadriglie e quello fu per i piccoli il primo contatto con i nuovi compagni di giochi e di qualcosa di molto più serio. Lui venne a sedersi accanto a me e prese subito a divorare un panino enorme. Ogni tanto lo guardavo incuriosito e lui sempre accigliato mi restituiva lo sguardo senza parlare. Tutti noi scherzavamo e ridevamo, contenti di esserci ritrovati, ma Paoletto, sempre serissimo, masticava soltanto il suo panino.

"Dimmi almeno a cosa stai pensando" gli mormorai non sopportando più quella muta presenza accanto a me. E poi quell'anno ero il vice, il secondo in anzianità nella mia squadriglia. Dovevo occuparmi fra le altre cose, anche dei ragazzi più piccoli, metterli a loro agio, se possibile. Lui mi era stato subito simpatico, con quell'aria triste e disarmata.

"Allora?" insistetti.

"A niente che possa farti ridere!"

Mi aveva risposto con sgarbo, ma decisi di non rinunciare.

"Staremo nella stessa squadriglia... potremmo anche diventare amici, se vuoi" tentai di smuoverlo "So che abiti poco lontano da casa mia e quindi ogni sera faremo la stessa strada per andare al reparto. Forse ci incontreremo, perché la faremo alla stessa ora. E camminare con uno che non ride mai e che mangia panini come quello... Beh! Non so se ne vale la pena!"

Mi guardò ancora accigliato, poi dovette capire che scherzavo e mi sorrise: "Questo panino me lo ha fatto mia nonna che ha sempre paura che non mangi abbastanza!"

"Deve avere una paura tremenda!"

"Si!" e finalmente si mise a ridere, gli si illuminarono gli occhi. Quando sorrideva agli angoli della bocca gli si formavano due fossette che conferivano al volto un'espressione vivace, intelligente, un po' maliziosa. Ma gli occhi erano allegri, buoni.

"Davvero possiamo diventare amici?" mi chiese, quasi non credesse alla mia offerta "Oppure stavi solo scherzando come per il panino?"

"Abito veramente vicino casa tua" gli spiegai chi ero e dove abitavo "Perché non diventiamo amici? Ti va?"

"So chi sei... e sono d'accordo" accondiscese finalmente, poi si concentrò sul panino e riuscì a mangiarlo tutto, nonostante ormai ridesse e chiacchierasse con gli altri.

Alla fine si voltò verso di me per chiedermi se suonassi qualche strumento.

"No, anche se a casa abbiamo il pianoforte. Lo suona mia madre" dissi "e tu suoni qualcosa?"

Allora cominciò a tamburellarmi con le dita su una gamba. Pareva che stesse mimando un pianista. E così era.

"Che fai?"

"Sto suonando la marcia turca di Mozart."

"E la sai suonare davvero?" gli chiesi ridendo.

"Certo!" rispose offeso "Ma sei scemo? Sono cinque anni che studio pianoforte! E sono anche bravo!"

Era un po' arrabbiato nel dirlo, ma mi sorrise subito un'altra volta e continuò per qualche minuto a farmi accordi e scale sulle gambe, mentre canticchiava Mozart quasi tra sé. Per quel po' che ne capivo mi sembrò bravo. Dopo tutto stava suonando sulla mia gamba.

Lasciai placidamente che quella specie di massaggio terminasse e forse fu per questo che mi giudicò degno di diventare suo amico.

Quella sera rientrammo in treno dall'escursione. Quando ci sistemammo venne a sedersi accanto a me, convincendo un altro ragazzo a cedergli il posto. La stanchezza ebbe il sopravvento su molti di noi ed io stesso stavo per addormentarmi, quando lo sentii scuotermi con gentilezza. Era lì e cercava di attirare la mia attenzione.

"Ma tu ci credi all'imprinting?"

"A cosa?"

"L'imprinting è una cosa che ha a che vedere con i paperi" mi spiegò serio "C'è uno scienziato tedesco che pensa che un papero appena nato scelga per genitore il primo essere vivente che vede, anche se non è la sua vera mamma. Lui dice che funziona così!"

"E questo che c'entra?"

"Indovina!" disse sorridendo e scuotendo la testa, poi in un attimo si addormentò poggiandomi il capo sulla spalla. Si accomodò meglio ad ogni scossa del treno, finché non mi abbracciò, tenendomi come fossi un cuscino. Io invece non dormii più, incuriosito dalle sue parole il cui senso mi era del tutto oscuro.

Mi aveva scelto. Lo capii quando, tornato a casa, chiesi a mia madre di illuminarmi su Conrad Lorenz e sull'etologia, argomento che Paoletto pareva conoscere bene al contrario di me.

E non ci misi molto ad esserne certo, perché presto divenni per lui ciò che Marco era stato per me.

All'inizio provai fastidio e anche imbarazzo. Non ero uno di cui ci si potesse fidare. Ero prepotente e poco equilibrato, incline ai colpi di testa. Ora direi egoista, ma allora semplicemente non volevo quel cagnolino fuori del cancello di casa ogni sera alle sette meno un quarto. Ma il cagnolino insistette, mostrandosi molto più forte, prepotente ed egocentrico del padrone che si era scelto.

Mi conquistò con le liquirizie che masticava continuamente e che mi offriva senza alcuna avarizia, con l'apparente docilità con cui accettava i miei cambiamenti di programma, purché non lo escludessero. In fondo avevamo 11 e 14 anni ed io avevo degli impegni che non potevo dividere con lui. Frequentavamo scuole diverse, io il ginnasio, lui le medie, ma questo non gli impediva di seguirmi ovunque. Finimmo per essere inseparabili e su chi avesse scelto di fare così, non avevo dubbi. Se eravamo diventati gli amici che Paoletto desiderava che fossimo era stato tutto merito suo. Ed io evidentemente ne avevo bisogno, quanto e più di lui.

Ripensandoci, eravamo molto simili: io figlio unico, lui nipote unico, come diceva di sé, scherzando. Si definiva così, perché nonna Luigia e zio Giulio erano la sua famiglia e come mia madre erano molto affettuosi, pieni di premure. Mancava ad entrambi una figura paterna. I nostri padri non erano morti, ma erano molto lontani. Il suo più del mio. Le nostre solitudini di figli sommate davano una coppia molto assortita e ci permettevano di completarci. La sua giovinezza era stemperata da un'innata saggezza, una ponderatezza delle azioni, almeno quanto i miei tre anni in più erano compensati da quanto fossi puerile, impulsivo e sconsiderato. Eravamo molto simili. Non accadde in fretta, ma divenimmo una coppia fissa, sempre nell'ambito di quella realtà più grande che era il reparto degli scout, in cui trascorrevamo tutto il nostro tempo libero. In quel mondo c'erano altri gruppi di amici e c'eravamo anche noi due, con la nostra felicità.

Quell'anno trascorse come un sogno, la spensieratezza dei miei 14 anni fu completa.

Dopo il campeggio divenni caposquadriglia della Pantere, Paoletto era al suo secondo anno negli scout. Per me sarebbe stato l'ultimo, dopo avrei lasciato il reparto.

Nella mia squadriglia eravamo in sette e nella scala di età che la regolava Paoletto occupava il penultimo posto, ma per me esisteva soltanto lui e la mia felicità fu turbata, pur senza dissolversi completamente, alla fine dell'estate. Ma il guaio vero accadde in una domenica nuvolosa di novembre.

Quella domenica andammo in escursione, solo noi delle Pantere. Eravamo partiti molto presto la mattina, nonostante quasi piovesse. Prima in treno e poi a piedi avevamo raggiunto una grande depressione carsica, un posto che intimidiva per quanto era esteso. Ci accampammo sul bordo di questa grande conca. Dovevamo provare dei metodi di segnalazione a distanza, con suoni, luci e bandierine. Ci dividemmo in tre gruppi. Fu naturale e tutti se lo aspettavano che io e Paoletto formassimo una delle squadre. Accadeva sempre così.

Ci allontanammo lungo il bordo della voragine e raggiungemmo il lato opposto, abbastanza lontano perché le figure quasi si confondessero, ma si riuscisse a distinguere il movimento delle bandierine di segnalazione, il suono di un fischietto o il baluginare di una luce.

Il sentimento che provavo per lui si era complicato e non riuscivo a capirlo, a circoscriverlo. In certi momenti l'odiavo per come mi faceva arrabbiare, per quanto fosse ribelle e poco attento a quelle piccole cose che a me parevano importanti e per lui non lo erano affatto. In altri mi faceva impazzire di gioia averlo accanto, sentire il suo odore di caramelle, sapere che ero la persona più importante della sua vita. Me lo ripeteva continuamente e, non essendo la nostra amicizia ancora contaminata da malizia, era quella un'affermazione che mi riempiva di orgoglio. Sapere che ogni sera l'avrei immancabilmente ritrovato davanti a casa, mi dava la forza di vivere la mia giornata a scuola, studiare quel poco che era necessario, visto che me la cavavo anche troppo bene con i libri. Mi aiutava a sopportare le assenze di mio padre ed offrire a mia madre un po' di quella stessa gioia. Paoletto era tutto questo per me ed io per lui, visto l'impegno che metteva nel rendere sempre più vivo il nostro rapporto.

Quel sentimento aveva cominciato a complicarsi un giorno, alla fine dell'estate, quando mi accorsi di desiderarlo. Intendo sessualmente. Eravamo al mare. Una decina di noi e di varie età, intenti a tuffarci a farci scherzi, in attesa che l'estate finisse, si tornasse a scuola e soprattutto riaprisse il reparto degli scout per la ripresa delle attività. Guardai Paoletto e lo desiderai. Fino ad un momento prima era un angelo asessuato che adoravo, poi avevo chiuso gli occhi e al riaprirli lui era un corpo da desiderare. All'improvviso, non pensai ad altro che ad immaginare come sarebbe stato nudo, senza quel costume celeste che lo copriva così poco. Ed ebbi un'erezione, difficile da nascondere, perché ero anch'io in costume da bagno.

Fu un richiamo alla realtà delle cose, dei corpi.

Al sesso non pensavo, preso com'ero da tante idee ed attività. La mia prima masturbazione risaliva ad un paio di anni prima. Poi c'era stata l'esperienza con Marco. Sapere che lui non voleva, non gradiva che io gli ricordassi quei momenti, mi aveva bloccato nei suoi confronti e verso chiunque altro. Tanto da farmi considerare le mie masturbazioni un affare del tutto privato, segretissimo, ma necessario.

E, comunque, in quegli anni negli scout e in qualunque altro posto di sesso non si parlava. Quasi non esistesse.

La mia vita sessuale era al momento legata a qualche ricordo e ai piaceri che mi davo con una certa regolarità, pensando a chi, a cosa? Parrà strano, ma i miei sogni erano tanto vaghi da essere indistinti. Avevo già un obiettivo preciso e inconsciamente lo rendevo indefinito? Non saprei dirlo. Mi masturbavo, come mi aveva insegnato Marco, quasi ogni sera, nel letto, con grande velocità, ansioso di raggiungere l'orgasmo e poi mi acquietavo, addormentandomi. I pensieri non dovevano essere importanti, perché raggiungevo il piacere ed il sonno quasi assieme. E li dimenticavo, sognando altro.

Andò così finché non guardai Paoletto con occhi diversi, quasi che non fossero più miei.

In spiaggia mi calmai con qualche difficoltà, ma quella sera non mi addormentai. Il patto col mio demone privato era saltato e i pensieri che feci ne furono la migliore dimostrazione. Sognai, fantasticai, vidi, con gli occhi ben aperti e più sveglio che se fosse stata mattina, quello che avrei voluto fare con lui. L'eccitazione fu tanto forte che non ebbi inibizioni nell'immaginare ogni particolare della seduzione che avrei potuto tentare e poi, di fantasia in fantasia, indovinare i modi con cui avrei violato la sua innocenza. Li evocai, come scene che si svolgevano davanti ai miei occhi, ma di cui provavo tutte le sensazioni sul mio corpo, fino all'orgasmo che vissi con un turbamento, un'emozione mai provati.

L'avevo profanato e questo era quanto: il giorno successivo ero timoroso che mi leggesse negli occhi quanto sporchi fossero i miei pensieri, ma lui fu come sempre affettuoso. Anche quella notte immaginai di sedurlo e così feci per molte altre volte, di notte e di giorno. E poi mi mettevo ad aspettarlo davanti al cancello di casa, perché andassimo al mare o a giocare a pallone o dove la nostra fantasia avesse voluto farci trascorrere un paio d'ore. Mi sentivo ogni giorno più sporco e lui alla fine si rese conto di qualcosa, ma non riuscì a comprenderne la natura: sarei morto piuttosto che rivelargli quanto fossi corrotto.

"Perché sei strano? Che ti ho fatto? Ti ho fatto qualcosa?" mi chiese all'improvviso una mattina, di ritorno dalla spiaggia. Forse quel giorno l'avevo guardato troppo a lungo. L'avevo fissato, cercando di sfilargli il costume con gli occhi.

"E perché?" mi finsi sorpreso.

"Mi guardi... che ne so. Sei strano!"

Gli feci il solletico, una smorfia. Era il nostro modo di provarci che eravamo sempre amici.

L'inizio della scuola mi soccorse, il reparto riprese a funzionare e così, pur continuando a vederci con regolarità, a frequentarci con il solito affetto, avevamo molto altro cui pensare e soprattutto finirono le occasioni di vederlo quasi nudo e quindi di essere costretto a desiderarlo.

Fino a quella mattina di novembre, quando lo insidiai. Quel giorno i miei ormoni presero il sopravvento: posso dire che fu così e dar loro tutta la colpa. O forse non c'entravano per niente. Io, però, sono certo di non aver pensato, pianificato nulla del mio comportamento. Sapevo solo che volevo vedere Paoletto nei suoi posti segreti, sognavo di toccarlo. Ebbi l'occasione e lo feci.

Non appena fummo abbastanza lontani dagli altri glielo chiesi: "Te le fai le seghe?"

Sul perché l'abbia fatto non ho mai avuto dubbi, ma uno dei misteri della mia vita è dove ne abbia trovato il coraggio.

Fra noi non ne avevamo mai parlato. Discutevamo di tutto, ma era come se non avessimo quella parte del corpo. I nostri uccelli parevano al di fuori della nostra amicizia, certamente perché quei discorsi non rappresentavano per Paoletto il problema esistenziale che erano diventati per me.

"Allora, te le fai?"

"Eh?"

"Sai di che parlo?"

"Lo so. Che credi?" mi disse spazientito e per niente imbarazzato.

"Beh... e te le fai?"

"Si!" ammise finalmente.

Quindi se le faceva.

Un amico si sarebbe fermato qua. Anche se quello vero, speciale che io dovevo essere, non avrebbe mai fatto quelle domande.

"E da quando?" continuai invece io.

"E tu perché lo vuoi sapere?"

E non era seccato, pareva incuriosito dalle mie domande. Certamente non era imbarazzato. Mi avrebbe risposto con lo stesso tono anche se gli avessi chiesto se aveva fatto i compiti per il giorno dopo. Un suo rossore mi avrebbe fermato, ne sono certo. Un'esitazione nel rispondermi mi avrebbe forse fatto riconsiderare quello che stavo facendo, ma Paoletto non si scompose e continuò a guardarmi in attesa che facessi la mossa successiva. Che ovviamente toccava a me.

Avevo la gola secca e il cuore correva nel mio petto, quasi ne udivo il battito. Era tanto forte che mi pareva dovesse scoppiare. Temevo che lo sentisse anche lui, capisse la mia emozione e si allarmasse, invece restava sereno.

"Niente" dissi, tentando di rendere calma la mia voce "è che pure io... me le faccio. E ho pensato che sarebbe stato divertente provare insieme!"

Così gliel'avevo detto. Tutto d'un fiato e senza immaginare le conseguenze su di lui. Ma quali, poi? Pensai in quel momento.

"Si, si! Dai, ti prego, facciamolo! Ora?"

"Se tu vuoi... sei certo che ti va di fare queste cose?"

"Ma quali cose? Le seghe? Con te? Magari... Dai, facciamolo. Dove ci mettiamo? Qua? Là dietro?"

Sorrideva felice e il suo entusiasmo mi travolse, assieme a tutti i propositi che avevo ed alle mie incertezze. Avevamo qualche minuto ancora prima che gli altri fossero pronti a cominciare il gioco, perciò corremmo a nasconderci dietro un masso enorme che era sul ciglio della voragine.

Ci mettemmo uno di fronte all'altro. Paoletto attendeva che mi muovessi per primo. Accadeva sempre così quando c'era da fare qualcosa per la quale era immaginabile che io ne sapessi di più. E quello era un campo in cui si supponeva fossi più esperto di lui, ma avevo le mani che mi tremavano.

Poi l'eccitazione ebbe il sopravvento: mi aprii i pantaloni e lui fece subito lo stesso. Tirai fuori l'uccello già duro quel tanto che bastava ad impugnarlo. E anche lui lo fece.

Non ricordo a cosa pensai in quel momento o quello che realmente vidi, ma so, ed è un'immagine che ho impressa nella memoria, che si alzò il vento e nel cielo le nuvole si misero a correre.

Mi riportò alla realtà la sensazione di freddo che provai all'uccello. Paoletto aspettava le mie mosse. Scorsi solo per un momento, stretto nella sua mano, l'oggetto che avevo tanto desiderato vedere.

"Chiudi gli occhi" disse in un soffio.

"Perché?"

"Mi vergogno... un poco."

Ero troppo eccitato per capire o discutere e gli ubbidii subito. Poi cominciai a muovermi con lentezza. Appoggiai la mia testa alla sua e con la mano gli sfiorai la punta dell'uccello. Lo sentii sospirare, poi avvertii il profumo dei capelli e l'odore del vento che portava la pioggia. Presto sarebbe caduta molta acqua, ma non mi importava. Ci muovemmo insieme con foga.

Dagli sguardi di prima e da come lo faceva, finalmente capii che per lui doveva essere la prima volta e che stava soltanto imitando, un po' esagerandoli, i miei movimenti. Era eccitato, questo si, ma anche a disagio. Il suo respiro si fece subito affannoso e poi accadde: sospirò, lo sentii contrarsi e provò quello che forse fu il suo primo orgasmo. Lo sentii gemere e subito ai suoi spasmi aggiunsi i miei. Finimmo abbracciati, reggendoci, finché il nostro respiro non tornò normale.

Solo allora lo vidi fissare affascinato la mia mano bagnata. La curiosità aveva prevalso, facendogli mettere da parte il pudore. La prese, portandosela al naso, l'odorò.

"Questo è lo sperma?" mi toccò le dita, ne raccolse un po', saggiando la densità del liquido che mi sporcava.

Gli feci di si con la testa: ero come stregato da tutta quella inesperienza, dall'ingenuità delle sue domande. L'odorò un'altra volta, poi mi fissò con il suo sguardo furbo.

"Ti ho detto una bugia" disse ridendo "per me è la prima volta, ma se non facevo così, quando mi facevi vedere come si fa?"

E senza un rossore, sorridendo sereno, mi accarezzò l'uccello che stava tornando morbido.

"Anche il mio diventerà così?"

Lo prese in mano, come a soppesarlo. Lo strinse un po', allargò la patta e sollevò la camicia per guardarmi con attenzione i peli del pube. Era curioso e non aveva vergogna.

Poi il vento che ci aveva avvertito, portò l'acqua. Cominciò a piovere, solo qualche goccia.

Avrei voluto toccarlo anch'io, ma lui si era misteriosamente rivestito. Per come ero eccitato l'avrei spogliato un'altra volta e credo che me l'avrebbe lasciato fare, ma all'improvviso cominciò a scrosciare acqua. Corremmo a ripararci sotto gli alberi del bosco che cominciava a pochi metri da dove eravamo.

Solo allora ebbi coscienza di ciò che avevo fatto. A quella specie di estasi che avevo vissuto, seguì il rimorso, un'inquietudine che non mi avrebbe più lasciato, un tarlo che cominciò in quel momento il suo lento lavorio.

Sentii crescermi dentro l'angoscia. Andai a sedermi sotto un albero e lui corse a mettersi accanto a me, abbracciandomi come faceva quando voleva che lo proteggessi da qualunque cosa.

Avrei voluto dirgli di starmi lontano, che per lui ero pericoloso, ma l'abbracciai anch'io. Chiusi gli occhi per non piangere. Pioveva forte e molte gocce passavano attraverso il fitto intrico di rami. Ci stringemmo per bagnarci di meno.

Speravo con tutto me stesso che la corsa sotto l'acqua, quella nuova avventura, l'avessero distolto da ciò che avevamo appena fatto, che dimenticasse, ma lui come un cucciolo, perché quello era, stava già pensando a farlo di nuovo:

"Quando lo facciamo un'altra volta? È stato proprio..."

Esitò per cercare un aggettivo adatto poi disse semplicemente che era stato `bello', ma detto da lui, con tutta la sua innocenza, mi commosse ed aumentò la mia pena.

"Voglio farlo come fai tu!" aggiunse, dopo un po', vedendo che non parlavo.

"Ma non so se possiamo!" mormorai.

"E quando avrò lo sperma anch'io?" chiese lui indifferente al mio disagio.

"Quando sarai più grande. L'anno prossimo forse..." poi feci la mia faccia arrabbiata, che lui conosceva "Ma adesso noi due non dobbiamo più farlo!"

"E perché?"

Era deluso dal mio voltafaccia, lontano da capire quanto male gli avessi fatto e quanto sporche fossero state le mie azioni.

E dov'era finito il suo pudore? Quella richiesta di chiudere gli occhi per non guardarlo? Cos'era se non timidezza, innocenza che poi aveva lasciato perdere per colpa mia?

Non riuscii a dirgli altro. Mi chiusi in un mutismo che lo disorientò e gli impedì di farmi altre domande, cosa molto insolita per lui. Anche questo mi fortificò nell'intento di resistere ad ogni sua richiesta e soprattutto alle mie pulsioni. Ed erano quelle che temevo di più.

Tornammo indietro per raggiungere i nostri compagni in un momento in cui la pioggia smise di cadere. Dovevamo decidere se tornare in città, oppure continuare l'escursione anche con la pioggia.

Io ero preoccupato da quello che temevo di aver provocato. Già mi sentivo indecente e disonesto per conto mio, con i miei soli pensieri, ed ora ero anche un corruttore. Il mio corrotto invece scherzava contento, come se nulla gli fosse accaduto e continuava a starmi attaccato, ad essermi sinceramente amico.

Le nuvole se ne andarono e potemmo stare fuori fino all'imbrunire, quando prendemmo il treno che ci riportò in città. Come sempre, feci la strada fino a casa con lui che non accennò a quello che avevamo fatto, anche se credo volesse. Più volte nella giornata mi aveva guardato, come per dirmi qualcosa, ma il mio umore doveva averlo scoraggiato.

Ed io temevo e speravo che parlasse, perché desideravo toccarlo ancora, sfiorarlo, anche solo guardarlo. E se lui me l'avesse chiesto l'avremmo rifatto. Ne sono certo. Ma per quel giorno non accadde.

Non mi allontanai da lui, non avrei potuto, non sarei riuscito a sopravvivere all'idea, perché avrei dovuto lasciare gli scout e questo era inconcepibile. Decisi che gli sarei restato accanto, ma non l'avrei mai più neppure sfiorato e, se lui me l'avesse chiesto, mi sarei sempre rifiutato di tornare a fare quello che una sola volta avevamo provato insieme. Non credetti al realismo del mio proponimento, neppure nel momento in cui lo esprimevo. Non avevo il carattere adatto al martirio, ma ero molto incline a temere la pena, il castigo, e proprio in quei giorni accadde qualcosa che mi spaventò tanto da farmi rinsaldare nel mio proposito di non insidiare più Paoletto.

Lui, da parte sua, non mi parve soffrire, né di quello che avevamo fatto, né della mia decisione di non farlo più. Un paio di volte mi propose apertamente di masturbarci insieme ed io, pur disperandomi dentro di me, rifiutai virtuosamente. Fece qualche allusione a come si era divertito e a come sarebbe stato bello se l'avessimo rifatto, ma io sfuggii le sue richieste, mostrandomi disinteressato o fingendo di non capire.

Ciò che realmente mi impedì di ricadere in tentazione fu la paura che potessimo subire quello che aveva dovuto patire un ragazzo che frequentava la mia stessa scuola, quando era sorto il sospetto che se la intendesse con uno dei professori. Nessuno li aveva mai visti insieme, ma erano corse voci, qualcuno aveva saputo, era stato detto, che il ragazzo passasse molte sere in casa dell'insegnante, mai sposato e che viveva da solo. Tanto era bastato perché fossero bollati, senza che nessuno lo dicesse mai apertamente, come omosessuali, l'uno plagiato dall'altro più anziano.

Il ragazzo aveva dovuto cambiare scuola. Il professore invece era scomparso e non sapemmo mai se quello che si era mormorato fosse stato vero o falso.

Era stata una brutta storia e l'idea che mia madre potesse scoprire i miei reali desideri nei confronti di Paoletto, m'impedì perfino di masturbarmi per molti giorni. Che altri potessero sapere e quindi malignare su di noi, mi terrorizzò.

Nonostante ciò, mi attaccai ancora di più a lui, in quella che cercai di rendere la più casta delle amicizie. Sfuggii a qualunque accenno, anche il più lontano, al sesso. Paoletto non notò o non fece caso a questa specie di mia ritrovata purezza, almeno non parve che lo facesse, né accennò più alla faccenda che io consideravo talmente sporca da provare ripugnanza al solo ricordarla. Incredibilmente non ne parlammo più!

L'inverno passò, tornarono la primavera e l'estate. Fu tempo di campeggio, il mio ultimo campeggio da esploratore, prima di cominciare l'altra avventura, quella di rover che mi avrebbe portato non sapevo dove. Certamente mi sarei allontanato da Paoletto che sarebbe rimasto nel reparto per altri tre anni. Paoletto che, avvicinandosi il momento in cui ci saremmo fatalmente separati, quasi presagendo che qualcosa sarebbe accaduto, mi si attaccava sempre di più. In quei mesi dovetti spesso farmi forza per arginare e limitare la confidenza e la familiarità che ormai avevo con lui.

La preparazione del campeggio ci impegnò talmente che non avemmo più il tempo di preoccuparci per il futuro, di quello che sarebbe accaduto ad ottobre, quando non avremmo avuto più un buon motivo per vederci ogni sera.

E chissà come sarebbe stata la mia vita se Paoletto, quel giorno, il penultimo giorno del campeggio, non avesse preso la bandierina gialla ed io non l'avessi inseguito.

Accadde tutto molto in fretta.

Stavamo facendo un gioco, il più importante del campo, una specie di guerra fra due gruppi, formati mischiando i componenti di tutte le squadriglie. Con nostro grande rammarico io e Paoletto eravamo capitati in squadre diverse. Ciascuno dei due gruppi doveva conquistare una bandiera e difenderla per tutta la giornata dagli attacchi dell'altro gruppo. Era un po' più complicato di così, c'era una storia per l'ambientazione del gioco e molte altre regole, ma alla fine l'obiettivo era quello: mantenere il possesso della bandierina fino alle quattro del pomeriggio. Paoletto, sfruttando la sua velocità e l'abilità che aveva a contorcersi, riuscì a infilarsi in un mucchio di persone più grandi e pesanti di lui. Raggiunse la bandierina e, prima che qualcuno se ne accorgesse, già correva verso il bosco. Lo vidi e l'inseguii.

Lo vidi prima degli altri, perché io e lui non ci perdevamo mai di vista, ci guardavamo in continuazione e sapevamo sempre cosa facesse l'altro. Perciò fui il più pronto a inseguirlo. Qualche altro della mia squadra cercò di farlo, ma presto desistette, anche perché i compagni di Paoletto riuscirono a bloccarli, ritardando la loro corsa.

Dopo qualche minuto di galoppo sfrenato nel bosco, fra salite e discese, mi fermai per riprendere fiato e orientarmi. Mi pareva di sapere dov'ero. Erano ormai due settimane che vivevamo a ridosso di quel bosco e l'avevamo esplorato in lungo e in largo. La direzione presa da Paoletto era in salita verso la montagna che sovrastava il campo e ormai eravamo arrivati alla radura da cui partiva un'altra macchia più fitta che saliva verso la cima del monte. Sotto di noi c'erano il paesino e tutta la valle fino al lago.

Lo vidi ciondolare al limite superiore del prato. Mi cercava con gli occhi, perché sapeva che ero stato io a seguirlo. Mi fece segno di avvicinarmi e stavo per raggiungerlo, quando mi gridò:

"Tregua. Tregua. Pace. Non mi puoi prendere la bandiera!"

"E perché?"

"Perché mi darai la tua parola che fino alle quattro non tenterai di prendermi la bandiera!"

"E perché dovrei?"

"Perché mi fido di te."

Mi aveva disarmato. Sapeva sempre come fare.

"OK! Allora, pace! Ma solo fino alle quattro!"

"Va bene!"

E mi corse incontro. Mi abbracciò, quasi che la tregua fra noi gli avesse fatto ritrovare l'amico che aveva perduto.

"Che ore sono?" chiese.

Quella era una delle poche volte in cui aveva chiesto l'ora, visto che aveva con il tempo un rapporto molto singolare. Era puntuale solo se dovevamo vederci. Altrimenti, scuola compresa, il suo tempo era elastico e inattendibile.

"Le dieci e mezza."

"Allora abbiamo più di cinque ore per stare da soli, no?"

"Credo di si!"

Si riferiva al fatto che, per il gioco che stavamo facendo, a nessuno dei due conveniva farci trovare dagli altri. Per me, farmi trovare dai suoi compagni, avrebbe significato essere sopraffatto e finire fuori dal gioco. Per lui che praticamente era mio prigioniero, ma fino alle quattro era protetto dalla mia parola, incontrare la mia squadra avrebbe significato perdere la bandiera. Invece, arrivare all'ora fatidica con la bandiera in suo possesso avrebbe fatto di lui un piccolo eroe.

Conveniva a tutti e due di nasconderci. Ed era una bella opportunità, essere soli in un mondo tutto nostro.

"Andiamo? Vediamo dove riusciamo ad arrivare?" disse, guardando in alto, verso la cima della montagna.

Mi prese per mano e mi tirò dentro al bosco. Dopo un'ora di salita molto faticosa, ci fermammo accanto ad un rigagnolo per bere qualche sorso di un'acqua freddissima. Riprendemmo a salire e dopo poco ci stendemmo al sole su uno sperone che dominava la valle. Oltre le cime degli alberi si intravedeva il nostro campo e, ancora più giù, un ramo del lago e poi in fondo tutto un panorama di colline e terre, sempre più pianeggianti e indistinte per la lontananza.

Era uno spettacolo incantevole che ci rapì, ma ci venne subito fame e tirai fuori il panino che avevo nello zaino, visto che lui, per fare la sua manovra di destrezza e sottrarre la bandiera, s'era tolto il suo, lasciandolo al campo. Avevamo un panino solo, neanche tanto grande, e una sola borraccia d'acqua, sempre la mia, che dividemmo, felici di farlo. Alla fine raccogliemmo e mangiammo le briciole che ci erano cadute sulla pietra. Divorammo la mela mordendola a turno, finché ne mangiammo anche il torsolo.

Quando avemmo finito il nostro piccolo pasto erano da poco passate le dodici e il sole picchiava forte, visto che eravamo a quasi duemila metri di altitudine. Ci spostammo all'ombra, sotto un albero, sull'erba. Io mi sdraiai appoggiando la spalla contro un masso, Paoletto venne a mettersi accanto a me, per posarmi il capo sul petto. Immediatamente il mio cuore accelerò i suoi battiti. L'emozione che provavo corse da me a lui e i nostri sguardi si incrociarono. Molti mesi, quasi un anno di proponimenti, di sacrifici, di paure, di rimorsi, tutto fu spazzato da quello che vidi nei suoi occhi.

Gli posai il braccio sul petto e lui mi si fece più vicino, si raccolse contro di me.

Eravamo soli. All'improvviso fui consapevole che eravamo soli, assolutamente soli. Per quanto ci eravamo allontanati, per come era distante da ogni sentiero la roccia che ci nascondeva.

Là poteva vederci solo Dio. Io non ci credevo più da molto tempo e Paoletto prestava fede solo a quello in cui credevo io.

Mi strinse, sentii il suo corpo, come lui sentì il mio.

Gli sfiorai il viso con la mano, l'attirai a me. L'accarezzai sul petto, poi scesi lentamente a toccargli il ventre e poi più giù. E sentii che era eccitato. L'accarezzai e mi lasciò fare, ma non smise di guardarmi, poi si sciolse dal mio abbraccio per sedersi a gambe incrociate, accanto a me.

Non riuscivo più a decifrare la sua espressione. Esitava, era come stordito da quello che stavamo facendo.

Fu allora che smisi di pensare e, senza rendermene conto, decisi della mia e della sua vita.

Gli presi la mano e me la posai sull'uccello. Ebbi timore che scappasse, che mi desse uno strattone o mi colpisse, ma non accadde. Non scoppiò a piangere o a ridere, non si ritrasse. Non fece nulla che mi riportasse alla realtà. Me l'accarezzò con dolcezza, proprio come avevo fatto a lui poco prima.

Poi mi sorprese. Con un movimento lentissimo, si sollevò e venne a stendersi sopra di me. Sentii la sua eccitazione premere contro la mia. Mi pose il capo nell'incavo del collo. Le sue labbra si schiusero per lambirmi la pelle. Mi abbracciò. Stava cercando la mia bocca. Mi avrebbe baciato.

Rimasi immobile. La sua serenità, la sicurezza con cui si muoveva, mi avevano non solo stupito, ma letteralmente sopraffatto.

Le nostre labbra si unirono, ma non si schiusero. Non l'avremmo saputo fare.

Lo strinsi anch'io. Ci guardammo negli occhi: aveva pochi indumenti addosso e fui io a lasciar correre le mani. Prima per toccarlo, poi per liberarlo dei vestiti. Quando cominciai a spogliarlo, lo sentii irrigidirsi. Non gli badai, mi lasciò fare. Si offrì alle mie mani, ai miei occhi che si nutrirono di quel cibo. Era cresciuto in quei mesi. Era bello.

Ci spostammo di lato e rotolammo nell'erba. Quando fui su di lui, mi liberai anch'io di quel poco che avevo addosso. Mi parve incuriosito, perché a lui, che da poco non era più bambino, il mio aspetto di giovane uomo doveva sembrare un miracolo.

I nostri corpi aderirono. Non una parola corse. Che potevamo dire?

Con gli occhi chiusi, cercai di vivere quei momenti. E li vissi in un orgasmo che venne improvviso e sconvolgente, bagnandomi con lui.

Il piacere per me si volse subito in pianto e singhiozzi e Paoletto, che soffriva sempre con me, mi seguì e pianse anche lui.

Quando ci calmammo la mia testa non aveva più pensieri. Sarebbero stati troppo orribili perché potessi farli.

Avevo la nausea e mi girava la testa.

"Perché hai pianto?" era spaventato. Avevamo gli occhi rossi.

"Anche tu piangevi..."

"Tu hai cominciato" s'intestardì "Perché? Dimmelo!"

"Non lo so" gli risposi sgarbato cercando di rivestirmi "Non possiamo stare più qua, andiamocene!"

"Perché? Insomma... che ho fatto?"

Avrei dovuto restare accanto a lui e consolarlo, perché dopo averlo usato, lo stavo abbandonando. Ma mi alzai e mi incamminai verso il bosco, lasciandolo da solo.

"Ti ho fatto qualcosa?"

Lo sentii gridare, mentre mi correva dietro.

"Ti prometto che non lo farò mai più. Te lo giuro. Mi dispiace."

Mi fermai e attesi che mi raggiungesse.

"Che ti ho fatto?" mormorava avvicinandosi.

Lo presi per le spalle e lo scossi:

"Giura su tua madre che non dirai a nessuno quello che hai fatto poco fa!"

"Te lo giuro" piagnucolò "ma non essere arrabbiato con me! Ti prego! Non lo farò mai più! Non ne parlerò mai! Giuro! Con nessuno! Non arrabbiarti!"

Era come me! Non poteva essere! Non doveva! Non doveva accadere!

Io ero di quella specie orribile, avevo il vizio innominabile ed era un po' che lo sapevo, ma scoprire che anche Paoletto poteva essere com'ero io, mi terrorizzava, perché ero certo di averlo contagiato, come Marco aveva fatto con me. Non so perché immaginassi una malattia o una maledizione, qualcosa che si trasmetteva da ragazzo a ragazzo, ma era quello che pensavo mentre scendevamo. Ero stordito da urla che non esistevano, sentivo nelle orecchie un ronzio che mi assordava e la vista mi si annebbiò fino a farmi cadere un paio di volte.

Riuscivo a malapena a sentire i suoi passi dietro di me e ogni tanto mi arrivava un sospiro ed un singhiozzo o la sua preghiera che mi fermassi, l'aspettassi. Piangeva, ma non mi fermai. Scendemmo verso il campo. Quando incontrammo un gruppo di nostri compagni dissi che stavo male che non avrei potuto continuare il gioco. Paoletto, ammutolito, era dietro di me. Anche lui sembrava stordito. Il capo reparto diagnosticò a tutti e due un'insolazione e ci mandò nella tenda a riposare. Il gioco continuò senza di noi.

Ma la mia vita era cambiata. Avevo preso una strada che mi avrebbe reso molto diverso da com'ero stato fino a qualche ora prima. Quando fummo nella tenda da soli, mi infilai nel sacco a pelo e mi voltai per dargli le spalle. Paoletto se ne stava inebetito, con gli occhi sbarrati. Non disse una parola e praticamente non parlò più, fino alla fine del campo. Anch'io non fui di molta compagnia, sperando che tutto finisse quanto prima e potessi allontanarmi da tutti, soprattutto da lui.

Desideravo soltanto starmene da solo, nella mia stanza, a casa, a guardare il soffitto.

E fu ciò che feci quando tornammo. Stetti per giorni da solo nella mia camera senza uscirne, se non per mangiare svogliatamente.

Fu là, steso sul letto, con gli occhi sbarrati, che pensai e pianificai la mia vita futura, se poteva definirsi un piano quello che concepii.

Guardando il soffitto, vidi scorrere le immagini di ciò che volevo non aver fatto: il mio subdolo, lento, implacabile avvicinamento a Paoletto, sfruttando la sua debolezza, la sua fragilità. Era un bambino e si fidava del suo amico più grande. Come in trasparenza, nella stessa storia, vidi me stesso e Marco: lui che mi fuggiva, allontanandomi da sé. Forse aveva compreso la mia debolezza e ne era stato spaventato, fermandosi in tempo. In quell'orgia di autocommiserazione, nell'imperversare del mio desiderio di punirmi, non mi sfiorò l'idea di come Marco avesse, comunque, agito perché l'assecondassi, per poi fuggire spaventato.

Accadde là, nel letto che bagnavo di sudore, perché quell'agosto fu il più caldo da un secolo e fu ancora più rovente per me che dovevo bruciare. Fu l'inizio dell'inferno. In quelle lenzuola che di notte s'impregnavano di lacrime, perché piansi, fu là che decisi di morire. Programmai il mio suicidio: lento e doloroso. Per egoismo e con cattiveria verso i miei cari, decisi di lasciarmi morire, smettendo di preoccuparmi di me.

La mia apatia gettò nello sconforto mia madre e riuscì a ottenere perfino l'attenzione di mio padre che, riconoscendo i sintomi di un esaurimento nervoso, mi fece visitare da un suo collega neurologo. Ero sanissimo, sentenziò quello. Avevo solo problemi di crescita: se mi fosse importato di me, gli avrei gridato il mio problema, ma non fu così.

Dammi una medicina. Fammi guarire! Stronzo di un medico. Oppure fammi morire.

Ero disperato. Avevo un mostro dentro e dovevo scacciarlo. E per distruggerlo dovevo cercare qualcosa più forte, che lo abbattesse o almeno lo riducesse al silenzio, perché non l'ascoltassi più urlarmi dentro. Anche se non erano urla quelle che temevo, ma il canto di una sirena che m'attirava nel luogo dove avrei riabbracciato Paoletto. Sapevo che lui era là ancora, ad attendermi.

Ripresi ad uscire, ma gironzolavo col motorino in luoghi dove non ero mai stato e dove ero certo di non incontrare nessuno dei miei amici. Feci qualche nuova conoscenza e mi avvicinai ad alcuni ragazzi della mia scuola che si incontravano in un giardino pubblico lontano dal mio quartiere. Là si faceva tardi la sera e, quando la maggior parte delle persone normali se n'era andata a casa, qualcuno tirava fuori uno spinello e si fumava tutti insieme. Fu così che cominciai: facendo qualche tiro e cercando compagnia, perché m'ero stufato di piangere da solo.

Andai a cercare un mostro più grande e più forte del mio amore impossibile e del mio vizio segreto.

Una sera giunse a casa una telefonata allarmata della nonna di Paoletto. Pareva che da qualche giorno il ragazzo rifiutasse il cibo. Nonna Luigia chiedeva, se possibile, che andassi a parlare con Paoletto.

Se l'avessi fatto, qualcuno mi avrebbe chiesto di spiegare, ma che avrei potuto dire io?

Forse avrei dovuto guardare Paoletto negli occhi.

Uscii di casa sbattendo la porta.

Quella notte comprai la droga. I soldi non mi erano mai mancati, mio padre e mia madre me ne passavano quanti gliene chiedessi e potevo permettermi tutti i vizi che volevo.

Comprai delle pillole di LSD. Più impaurito di quanto pensassi, ne ingoiai una.

Attesi.

Mi avevano assicurato che per un poco avrei scordato anche il mio nome ed era proprio quello che cercavo. Di quel primo sballo ricordo distintamente un unico sogno, la cui concretezza mi stupisce ancora. Il sole d'alta montagna che brucia sulla pelle, Paoletto su di me. La sensazione del suo peso sulla pancia. Lui che mi sfiora le labbra con un bacio, io che lo spoglio. La sua resistenza. Gli lacero la maglietta. Ricordo perfettamente il rumore dello strappo. Rotoliamo insieme. Lui è sotto di me. Gli blocco le braccia. Cerca di reagire. Gli forzo la bocca, cerco il suo sesso con la mano e l'unisco al mio. Li sento pulsare. L'orgasmo ci bagna. Quel sogno finì così, invece di svegliarmi ed accorgermi di essere in un'altra realtà, scoprii con terrore di aver sognato da sveglio. E che la giostra su cui ero salito ripartiva per un altro giro, ancora più terrificante. Inseguivo Paoletto e lo raggiungevo. Era facile aver ragione di lui per come ero forte. Ancora le mie mani a cercare soddisfazione sul suo corpo. Poi, abile com'era, mi sfuggiva ancora. Riusciva a scivolare dalle mie mani sudate. Lo vedevo sparire nel precipizio ed io cadevo con lui. Ancora un tentativo fallito di tornare sveglio, ma non era ancora finita. In un altro giro ero certo di averlo ucciso. Fu allora che mi prese il panico. Spaventai gli altri che erano con me. Urlavo, chiamando Paoletto che là per fortuna nessuno conosceva.

Quando fui abbastanza cosciente, mi dissero, senza mezzi termini che, se volevo restare con loro, dovevo smetterla con gli allucinogeni, almeno finché non fossi stato un po' più tranquillo. Che mi fumassi tutta l'erba del mondo.

L'umiliazione di quella notte, il rischio che avevo corso di tradirmi davanti a tutti, il rischio peggiore di venire allontanato dalle uniche persone con le quali avevo relazioni, mi spinsero ad essere più prudente, per salvarmi da danni peggiori.

N.d.A. Nella mia vita ho fumato in tutto non più di cinque sigarette, non ho mai sperimentato personalmente alcun tipo di droga e non ne condono l'uso in alcun modo e per alcun motivo.

lennybruce55@gmail.com

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