Altri Viaggi

By Lenny Bruce

Published on Nov 15, 2010

Gay

DISCLAIMER: The following story is a fictional account of young teenage boys who are in love. There are references and graphic descriptions of gay sex involving minors, and anyone who is uncomfortable with this should obviously not be reading it. All characters are fictional and any resemblance to real people is purely coincidental. Although the story takes place in actual locations and establishments, the author takes full responsibility for all events described and these are not in any way meant to reflect the activities of real individuals or institutions. The author retains full copyright of this story.

Questo è l'ultimo degli otto capitoli che compongono questo romanzo.

Altri Viaggi

  1. ALTRI VIAGGI

É come se il tempo si fosse fermato.

La mia vita, ridotta alla semplice percezione sensoriale, registra il succedersi del giorno e della notte, spingendomi alle azioni indispensabili per la sopravvivenza. Ma la mente, la mia povera testa, è febbrile, crea scenari che poi ignora, si oppone alla realtà.

Guardo fuori, in giardino, e vedo la buganvillea insensibilmente fiorita. Registro, da qualche parte nella mente, che sono fiorite anche tutte le altre piante e infine che la primavera è diventata estate. Poi le sensazioni si accavallano. Il vento caldo mi raggiunge, portando in casa l'odore dei fiori. Vedo le tende sollevarsi e un'ondata di profumi sorprendermi, mentre chiudo gli occhi, offesi da una luce che vorrei non ci fosse. L'odore del caprifoglio e la ginestra, i gelsomini, fiori bianchi, gialli. Li vedo, ma solo con gli occhi della mente, della mia immaginazione. Vedo me stesso correre fra le piante, armato d'una scure, abbatterle, sradicarle, straziarne i tronchi centenari, ridurle infine ad un mucchio indecifrabile. Pochi attimi per contemplare il disastro, la mia opera e do fuoco al groviglio di rami che ho creato. M'immagino il calore delle fiamme e il fumo che invade la camera dove torno, ansimante e turbato dal mio scempio. I mobili preziosi, i libri che tappezzano le pareti, accumulati da generazioni di lettori ostinati.

Il fumo sale al soffitto, si ferma annerendo le decorazioni.

È a questo punto che gli occhi codardi della mente non riescono più a donarmi l'immagine della distruzione, degli oggetti che patiscono la mia follia. Allora apro i miei veri, poveri occhi, afflitti da ciò che la vita gli ha fatto vedere, e mi guardo attorno, rassicurandomi che nulla di ciò che ho visto è accaduto realmente. Torno ad accarezzare i tasti del pianoforte che non ho mai saputo suonare.

Da un mese trascorro le giornate muovendomi dallo sgabello del piano alla poltrona che, davanti alla finestra, contempla il giardino, i fiori, gli oggetti sempre intatti dello scempio che non commetto.

Spesso mia madre, i miei amici, i colleghi, mi cercano. Ma io sono abile a sfuggirgli. Racconto ad uno di essere con l'altro. A chi mi chiede con chi trascorrerò le serate, il sabato o la domenica, dico che lo farò con mia madre. A lei giuro che andrò da un amico. Reggerò il gioco per tutto il tempo che sarà possibile.

Finché ci è riuscito, Paoletto ha suonato divinamente. È ovvio che lo dica io. Ma glielo ripetevano continuamente anche altri. Le sue dita accarezzavano i tasti, violandone i segreti, traendo suoni sublimi da quei legni, da quelle corde. Era lieve, dolcissimo, appassionato e prepotente, aggressivo. Studiò pianoforte e si diplomò senza fatica. Posare le mani sulla tastiera non l'aveva mai stancato o peggio annoiato. E quando gli fu offerta la possibilità di continuare, di tentare una carriera di concertista, quando lo pregarono di accontentarli, arrivando a promettergli una ricchezza che per lui non aveva significato, quando lo pregarono di non privarli del suo talento, lui rifiutò, senza apparenti spiegazioni. Che però diede a me e furono le più convincenti:

"Dovrei studiare anche più di otto ore al giorno. E questo posso farlo se lascio perdere l'università, ma, Roby, ma..." e mi abbracciò quasi piangendo, perché quella decisione gli costava una grande sofferenza, continuando a parlarmi, mormorando frasi che si stracciavano come nubi nel vento "Staremmo lontani... dovrei andare a studiare da qualche altra parte, forse all'estero... e suonare... e poi farei i concerti di qua e di là... tu?... tu non potresti seguirmi... ed io non lo voglio... No, non lo farò, Roby, non lo farò mai!"

Forse il mondo perse un buon esecutore di Beethoven e Chopin, che erano i suoi autori preferiti, un interprete che io, egoisticamente, conservai per me, assieme al suo amore e a tutta la gioia che riuscì a regalarmi.

Non smise mai di suonare e lo fece sempre e solo per me. Anche se c'erano amici ad ascoltarci, era per me che suonava, me che guardava. Continuò a studiare come se dovesse prepararsi per un concerto che non volle mai dare, perché fui sempre io il suo solo pubblico. Ogni mio esame universitario ebbe per colonna sonora i suoi studi di pianoforte. E poi la nostra vita fu cadenzata dalle sonate, dai notturni e gli improvvisi, scale e variazioni.

Poi se n'è andato e dopo vent'anni sono rimasto solo.

Se n'è andato per una malattia che io stesso ho diagnosticato.

Cominciò a stancarsi facilmente. Poi le palpitazioni di cui mi parlava ridendo, dicendo che era colpa mia, dei miei ritardi, degli impegni che da qualche giorno ci tenevano lontani, impedendoci di trascorrere le nostre ore insieme. Una sera, d'autunno, pochi mesi fa, ebbe una crisi respiratoria. Eravamo in centro a guardare i negozi, arrabbiati l'uno con l'altro, addossandoci la colpa di non essere a Parigi come avremmo voluto, quando, nel mezzo di una frase, sentii la sua voce spegnersi. Mi voltai e lo vidi tenersi il petto e poi piegarsi lentamente fino a terra, cercando in qualche modo di attutire la caduta. Lo soccorsi, non aveva perso i sensi, ma un dolore fortissimo al petto gli aveva come spezzato il fiato. Cercò di farsi forza. Respirava a stento, cercando di far entrare quanta più aria potesse in quei polmoni che parevano essersi chiusi. La respirazione tornò normale, il dolore si attutì e finalmente poté alzarsi. Andammo a sederci in un caffé.

Il suo sguardo era già più sereno, ma il viso era pallido, tirato. Il respiro ancora affannoso. Mi sorrideva, mentre io passavo mentalmente in rassegna tutte le possibili cause di quella crisi improvvisa. Collegare l'attacco, il senso di soffocamento, alle palpitazioni ed alla stanchezza fu abbastanza facile e il mio timore che avesse una malattia molto seria fu acuito dalla febbre che lo colpì quella sera stessa. La notte non dormii e la mattina successiva sapevo, immaginavo cosa fosse. Come per mio padre, una corsa in ospedale e me stesso a mentirgli, dicendo che avremmo dovuto fare delle analisi più accurate, mentre i miei colleghi distoglievano gli occhi. E noi due a guardarci, consci di non poter mentire sulla leucemia che ci avrebbe divisi.

Non i fiori che sono sbocciati, l'aria, il vento del mare che li accarezza. E la musica che questo pianoforte non suonerà. Nulla di tutto questo ti sfiorerà più, amore mio.

Ce l'inventammo la nostra vita assieme, ma è più esatto affermare che la mia si adattò alla sua, non avendone io una. Ciò che non mettemmo mai in discussione delle nostre giornate, fu che dovessimo vederci, a qualunque ora, in qualunque modo, anche rincorrendoci fra i nostri impegni. E così facemmo dal primo all'ultimo giorno del nostro fidanzamento e poi di quel lungo matrimonio, quando riuscimmo a vivere insieme e allora fu più semplice essere una persona sola.

L'inizio non fu facile, ma superammo tutte le difficoltà che ci si pararono davanti.

Il nostro legame fu guardato con benevolenza per non più di qualche giorno. Tutti ricordavano o sapevano quanto eravamo stati uniti. Le mie storie con la droga e poi mio padre, le mie vicende erano note a tutti, perciò le attenzioni di Paoletto nei miei confronti, il nostro inevitabile, prolungato, esclusivo stare insieme, furono considerate il suo modo di aiutarmi. E il mio attaccamento a lui fu scambiato, all'inizio, solo all'inizio, per pura riconoscenza. Noi, invece, con il passare delle settimane, nella più completa imprudenza che il nostro amore poté regalarci, cominciammo ad allontanarci da tutto ciò che ci circondava e che non era strettamente legato a noi. Ci convincemmo incoscientemente che la realtà non fosse che un complemento al nostro amore. Mia madre, nonna Luigia, Giulio restarono le uniche persone che ammettemmo nella nostra vita comune.

In quegli stessi anni, ma anche in seguito, discutemmo e considerammo spesso quale fosse stato il nostro comportamento e giungemmo sempre alla conclusione che, per ciò che facemmo, per ciò che del nostro legame si vedeva all'esterno, non avemmo grandi fastidi dai nostri amici e dagli scout in particolare, nel senso che per Paoletto non fu molto traumatico esserne allontanato e per noi due fu abbastanza facile continuare a vivere nella nostra città, restando in un modo o nell'altro a contatto con le stesse persone. Da loro tollerati e mai accettati.

In quegli anni, scoprire di avere fra i propri conoscenti un omosessuale, anzi due che chiaramente se l'intendevano, era un fatto piuttosto insolito. Il solo sospetto sarebbe stato sufficiente a decretare il nostro allontanamento e forse peggio. Esser certi che persone con cui si era diviso quasi tutto, lo fossero davvero, era difficile da sopportare. Quando tra gli amici e quindi tra gli scout, cominciò a manifestarsi la natura, si disse ambigua, e questa fu la parola più forte ad essere usata, del nostro rapporto, fummo, a seconda dei punti di vista o delle interpretazioni, ignorati, sopportati, aiutati, compresi, ma in sostanza spinti ad andarcene.

I sospetti sorsero nelle menti più acute e più predisposte, ma si diffusero facilmente fra tutti gli altri. Per un po' di tempo fummo gratificati di quello che potrebbe essere considerato un generoso understatement, oppure una più sofisticata e gesuitica ipocrisia, tendente, in ogni caso, ad ignorare la mia presenza per salvare l'anima di Paoletto.

Ovviamente tutto ciò gli rese intollerabile restare nell'associazione. E fu così che, facendo provare a tutti un gran sollievo, prima di natale, lui decise di lasciare gli scout, anticipando di qualche giorno chi stava per chiederglielo.

Tutto accadde abbastanza in fretta e lui parve non soffrirne molto, anche se teneva davvero agli scout. Quando ne parlavamo, sentivo che, nonostante tutto, ne era entusiasta e si aspettava di vivere altre esperienze che l'affascinassero com'era stato fino a quel momento. Anche se si era presto reso conto che io non potevo essergli vicino, né ne avevo voglia. E poi gli scout non mi volevano, lo capivamo da piccoli segnali e qualche esplicito avvertimento che giungeva soprattutto dai sacerdoti.

Per prima cosa, gli fecero capire quanto fosse sconveniente che io, arrivando prima che la riunione o l'incontro finissero, entrassi nella sede degli scout, invece d'aspettarlo educatamente fuori. Ed io lo feci. Poi gli fu fatto notare quanto fosse curioso, perfino anomalo, che io, sempre io, l'attendessi dopo ogni riunione. Che l'accompagnassi ovunque, che stessimo insomma sempre insieme.

E questo per noi era normale, perché, nella nostra incosciente felicità, in quei mesi non facemmo nulla per dissimulare il nostro amore. Non erano certo baci, non a quei tempi, ma lunghi, dolcissimi sguardi, e le espressioni rapite dei nostri volti, spesso più eloquenti di un bacio, di un abbraccio appassionato. E qualcuno, più attento o invidioso degli altri, riferì a chi voleva sentire, arrivando a lamentarsene. Da questo la richiesta, rivolta a Paoletto che non mi facessi più vedere da quelle parti. E feci anche quello, incontrandolo un po' più lontano.

Era quasi natale quando fu avvicinato da uno dei preti.

Non assistetti alla conversazione. Mi disse che quello gli aveva chiesto, senza molti giri di parole di allontanarsi da me, di lasciarmi perdere, di non vedermi più. Non era il tono giusto per discutere con Paoletto, né con nonna Luigia che aveva ricevuto una telefonata dello stesso contenuto quel pomeriggio.

La sera Paoletto venne a trovarmi a casa. Dovevamo incontrarci come al solito per strada, ma s'era liberato prima.

"È l'ultima volta! Non ci vado più!" mi aggredì, vedendomi "Quello stronzo ha detto che uno che si droga una volta difficilmente riesce a smettere e che presto tornerai a farlo. Poi ha detto che devo stare attento a te e che farei bene a lasciarti perdere, perché chissà quali altri brutti vizi hai! Ipocrita e stronzo, non ha mai parlato di omosessualità. Non ha accennato al fatto che io posso amarti. Non ha detto nulla di noi due, apriva la bocca solo per parlare male di te!"

Quando aveva cominciato a parlarmi era accigliato, poi finì per ridere, tranquillizzandomi. Mi raccontò della telefonata di avvertimento alla nonna e delle risposte pepate che quella vecchia comunista aveva dato.

Poi era toccato a lui.

"Ha detto che sono cambiato in peggio. Hai capito? Per colpa tua! Pensa..." nel dirlo rideva "me ne sono andato, lasciandolo in mezzo alla strada. Senza dire una parola, senza neppure salutarlo. Nonna Luigia sarà contenta!"

Poi scherzò per tutta la sera, ma sapevo che era furioso. Questa, comunque, fu la fine della nostra avventura negli scout.

Così ci lasciarono in pace. Fortunatamente ci lasciarono perdere e restammo presto soli con noi stessi. Ma ci bastò. Sempre.

Ci iscrivemmo alla FGCI, l'organizzazione giovanile del partito comunista. Lo facemmo per una passione politica che era maturata in entrambi, ma che per me era stata certamente indotta da lui. Ed uno degli impegni che ci proposero fu la collaborazione con la radio libera, gestita, anzi, autogestita, da un gruppo di giovani comunisti. Demmo la nostra disponibilità, allora si diceva così, e ci chiesero di condurre un programma di musica classica. Non c'era proprio nessuno che volesse o sapesse farlo, anche se era considerato indispensabile per garantire il livello culturale della radio, o emittente come ci piaceva chiamarla. Lo facemmo noi, perché mia madre è viennese e si supponeva che io ne capissi molto di musica classica. E Paoletto studiava con molto profitto il pianoforte, perciò doveva capirne parecchio anche lui. In fin dei conti era vero, perché io ascoltavo preferibilmente quel tipo di musica, mentre Paoletto la studiava molto sul serio.

Ci ritrovammo quest'impegno ogni martedì sera dalle nove alle undici. Era un po' pesante, ma presto cominciammo ad apprezzare quella solitudine. A quell'ora tutti se ne andavano e noi restavamo nello studio ad ascoltare la musica che programmavamo, inventandoci i commenti, sempre più poetici e molto retorici, ai brani che mandavamo in onda. Lui si sedeva sulle mie ginocchia ed io l'abbracciavo. Oppure il contrario. Lo baciavo sul collo. Eravamo eccitati già al momento in cui partiva la sigla: un brano di Brahms che avrebbe placato qualunque animo, ma non i nostri sensi. Trascorrevo quelle due ore con le mani nelle mutande di Paoletto e lui nelle mie. Sospendevamo le nostre manipolazioni solo per annunciare i brani. Spesso, quando eravamo abbastanza sicuri di non essere colti con le mutande abbassate, facevamo l'amore sulla sedia della regia, davanti al banco del missaggio. In quelle serate speciali programmavamo Mahler, noto per la dilatazione dei tempi nelle sue sinfonie. Ho amato davvero quell'autore, ma associarlo ai nostri amplessi lo rese epico, quasi glorioso. A quei tempi il solo nominarlo ci dava come una scossa, quel nome divenne per noi sinonimo di infinita lussuria, consumata mentre risuonavano e dissonavano archi ed ottoni e le percussioni segnavano il ritmo dell'amore, del piacere che ci regalavamo.

"Stasera Mahler?" chiedeva il mio diavoletto per telefono.

"Porto comunque il disco, chissà... magari... se va tutto bene!" e sentivo la mia eccitazione crescere.

Poi la sera, se eravamo sicuri della nostra solitudine, nel buio e nel silenzio dello studio, partivano quelle note. La musica era nei cuori e soprattutto nei nostri corpi che vibravano d'amore, di sensualità, fino a placarci nell'immensità degli adagi. Chissà se Mahler dal suo paradiso, dove certamente dirige un'orchestra meravigliosa, ha visto tutta la gioia che ci ha regalato con la sua musica.

Poi un giorno Paoletto annunciò in diretta che eravamo tutti e due omosessuali e fummo costretti a smettere.

Fu il 28 di giugno, giornata dell'orgoglio omosessuale. Non so come, aveva scoperto quella ricorrenza: allora non se ne parlava quasi per niente e l'America era lontana anche per noi. Ma mi aveva ossessionato per giorni con questa storia, era andato a cercarne i particolari e mi aveva raccontato tutto di Stonewall. Voleva fare assolutamente qualcosa, ma non sapeva cosa. Poi improvvisamente, qualche giorno prima, aveva smesso di assillarmi. Ed io avevo posato nel dimenticatoio gli omosessuali americani con la loro parata. Lui, invece, con l'incoscienza dei suoi anni, aveva deciso anche per me. Scelse un brano, ma contrariamente al solito, me ne nascose il titolo. Per essere certo di farmi una sorpresa aveva portato il disco in una busta diversa e tirandolo fuori mi aveva nascosto l'etichetta con la mano.

"Aspetta e sentirai..." disse, sfumando la sigla, mettendomi una mano sugli occhi perché non guardassi. Ed io mi ero distratto, felice di avere un buon motivo per baciare quella mano.

Mentre Brahms tornava alle pianure brumose della Germania, sentii partire le note che conoscevo a memoria, che proprio lui mi aveva insegnato ad amare. Era l'adagio della Hammerklavier, una sonata per pianoforte di Beethoven.

All'inizio la musica è distesa, suonarla è apparentemente facile. Poi si inerpica. Allora l'emozione dell'ascolto è pari alla difficoltà di suonarla.

Mi baciò sulla bocca e, quando giunse alla complessità che lui conosceva bene per averla suonata fino allo sfinimento, quando la musica rivelò tutto il proprio dolore, abbassò il volume e inaspettatamente parlò:

"Nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, otto uomini della Prima Divisione di Polizia entrarono nel 'mitico' Stonewall Inn', il locale omosessuale per eccellenza di New York" stava leggendo da un foglio che aveva tirato fuori dalla tasca "Quanto successe quella notte è sicuramente nella memoria di tutti gli omosessuali, ma quello che più conta, e che la storia non potrà mai cancellare, è il coraggio e la dignità con cui quella notte i gay reagirono all'ennesima provocazione della polizia..."

Non leggeva più, aveva imparato quel testo a memoria per potermi guardare:

"...In ricordo di quegli avvenimenti da dieci anni si celebra la giornata dell'orgoglio omosessuale, del mio, del nostro orgoglio, perché io sono omosessuale e sono orgoglioso di essere me stesso."

L'ascoltai con le lacrime agli occhi e con il cuore in gola, perché ero fiero di lui, ma avevo paura. Ero certo che se qualcuno ci avesse sentito, e qualcuno c'era, avremmo sopportato le conseguenze di quell'atto di coraggio. Ci avrebbero allontanati anche di là o soltanto emarginati? Ma non mi importava, perché Paoletto, finito di leggere rialzò il volume della musica e mi strinse fra le braccia. Ci baciammo senza parlare, poi lui annunciò, senza commentarli tutti gli altri brani e, ascoltando musica, attendemmo che si facessero le undici. Non parlammo, ce ne stemmo soltanto seduti a farci le coccole.

Fu il segretario politico della FGCI, un ragazzo della mia età, preoccupato per le reazioni al nostro gesto, a telefonarmi a casa la mattina dopo. Ed io che aspettavo la sua chiamata, considerandola la migliore fra le reazioni possibili, feci mentalmente i bagagli anche dalla radio che non ebbe più, da quel momento, la sua trasmissione di musica classica.

La sigla finale, una marcia gioiosa e solenne di Elgar, ci accompagnò mentre ci allontanavamo anche da quei compagni che ci avevano tollerati a patto che non ne parlassimo. Non chiedere e non raccontare. Se ne dice spesso e non è cosa nuova.

Mi sono chiesto molte volte, ne abbiamo discusso noi due, se n'è parlato anche con altri conosciuti in seguito: fu giusto annunciare la nostra omosessualità, sapendo per certo che ci avrebbero allontanato, oppure sarebbe stato più onesto restare lottando, come hanno fatto altri che hanno ottenuto qualche risultato? Credo che la giustificazione del nostro comportamento fosse nell'amore che ci faceva considerare superfluo il rapporto col mondo. Ma mi resta il dubbio che quella specie di proscrizione fu provocata deliberatamente da Paoletto che mal sopportava di dovermi dividere con altri. Ed io non feci nulla per fermarlo. Quando gli vidi prendere il disco dell'Hammerklavier di Beethoven, avrei dovuto capire. E poi quando invece di annunciare la sonata, commentandola, andò a cercare il brano che più di ogni altro lui amava suonare. Quando sentii quelle note che conoscevo così bene e colsi il suo sguardo, dovevo capire ciò che stava per fare, forse capii e mi spiegai tutto, perciò tacqui, in attesa che parlasse. Non volli fermarlo, non avrei potuto, non ci sono mai riuscito.

Ciò che trasformò il nostro legame in un matrimonio fu la morte di Nonna Luigia che se n'andò d'inverno, prima che lui compisse diciotto anni.

Già a Natale aveva cominciato a stare poco bene, mentre noi eravamo a Vienna. Trascorremmo giorni molto agitati per le notizie che giungevano dall'Italia.

La trombosi che la colpì in gennaio le paralizzò quasi tutto il corpo. Le cure di Giulio e il amore di tutti non la salvarono. Morì il primo di marzo e per la seconda volta Paoletto perse la mamma, piangendo per lei tutte le lacrime che aveva.

"Che ne sarà di lui?"

Mia madre mi fece quella domanda, quando fu chiaro che la malattia della nonna era irreversibile. Era preoccupata per noi due. Anch'io lo ero. Mi soccorse, come aveva fatto spesso:

"Credi che vorrà venire a stare con noi? Almeno fino alla fine del liceo. Poi deciderà cosa fare!"

L'abbracciai.

Paoletto era troppo preoccupato per la nonna e non pensava certo al proprio futuro, ma io vivevo in un incubo, immaginando che se ne andasse lontano. Con suo padre, in un'altra città. Sapevo che non poteva accadere, che lui si sarebbe opposto, che c'era comunque Giulio ad appoggiarlo, che suo padre non se n'era mai interessato davvero. Ma con la morte della nonna poteva anche tornargli il desiderio di educare suo figlio ed io ero pessimista. Vedevo già difficoltà, tanti ostacoli per noi. Mai pensai ad una fine del nostro amore, né fui mai sfiorato da dubbi su di lui. In quei giorni però mi portai addosso l'angustia della sua sofferenza e l'incertezza sul nostro futuro che pure avevamo già ben pianificato.

La mia laurea in medicina, se fosse stata puntuale come speravo, avrebbe preceduto di un solo anno la sua in matematica, facoltà che intendeva frequentare alla fine del liceo. Non avrei fatto il servizio militare per un provvidenziale aiuto che me l'aveva fatto evitare, perciò in quell'anno avrei cercato la soluzione più conveniente per la mia specializzazione, quasi certamente negli Stati Uniti. Dopo la sua laurea mi avrebbe raggiunto in America per cominciare a lavorare dov'ero io. Ce l'avremmo fatta? C'erano molte incognite, ma godevo di sufficienti aiuti nell'ambiente accademico, perché il nostro progetto andasse in porto. Lui non era entusiasta all'idea di servirsi delle amicizie della mia famiglia per raggiungere i nostri scopi, ma ero quasi riuscito a convincerlo ad accettare a grandi linee il progetto. Soltanto su una cosa non voleva avere alcun aiuto: il servizio militare. Non che volesse farlo, perché avrebbe significato, comunque, perdere un anno e trascorrerlo certamente lontano da me. Ma aveva scoperto che essendo omosessuali si poteva essere riformati ed aveva deciso di servirsi di questo per evitare la naia. Ne avremmo discusso molto a tempo debito, ma già sapevo che avrebbe fatto come voleva. Non desiderava altro che di essere se stesso, mi aveva confidato. Come oppormi? Già tremavo all'idea.

"Ti va di parlare?"

Era sabato notte e stavamo vegliando la nonna. Aveva voluto farlo, non c'era stato modo di convincerlo ed io naturalmente ero là con lui. Da quando si era ammalata, nonna Luigia era sempre stata assistita da molta gente. Suo figlio Giulio e Paoletto, prima di tutti, poi altri medici, specialisti di malattie arteriose, cardiologi e chiunque potesse dare pareri ed opinioni, poi le infermiere che spesso scappavano spaventate dal carattere della vecchia che con la malattia non era migliorato. Il periodo più difficile fu quello fra il primo attacco che l'aveva paralizzata e ridotta a letto e il secondo che le fece perdere coscienza definitivamente. Trascorse gli ultimi giorni sorretta solo dal suo cuore che non voleva smettere di battere. Non tornò più in sé e questo angustiò tanto Paoletto, perché le ultime parole che udì da lei furono di raccomandazione perché tornasse presto da scuola. L'attacco la colpì di mattina, quando eravamo tutti lontani e solo un'infermiera sconosciuta colse il suo ultimo sguardo cosciente.

Paoletto si sentì come defraudato dell'ultimo viatico della donna che gli aveva fatto da madre. La ritrovò con la bocca semiaperta, attorniata dai medici e capì che se n'era andata in un posto da dove non sarebbe più tornata.

Quella notte, una delle ultime, eravamo insieme accanto al suo letto a vegliarla. Io nella mia funzione di quasi infermiere, non ancora medico, lui con la commovente, impossibile speranza che nonna Luigia tornasse lucida e magari guarisse con un miracolo per riprendere a guidare la sua educazione. Perché si sentiva ancora troppo piccolo per vivere la sua vita.

Gli chiesi se avesse voglia di parlare. Anche per scuoterlo, perché era là da troppo tempo a fissare il letto, con la nonna immobile. Se ne stava ad ascoltarne il respiro pesante.

"Si. Parla!" disse e non si voltò neppure a guardarmi.

"Nonna Luigia non ce la farà. Lo sai?"

"Si" e finalmente si voltò "Ma ve le insegnano all'università le frasi da dire per confortare i parenti degli ammalati?"

In un altro momento avremmo litigato, quella volta non me la sentii e gli sorrisi.

"Non ho ancora fatto quell'esame!"

Mi sorrise anche lui e mi si avvicinò. L'abbracciai, si strinse a me.

"Ho paura, Roby!"

"Di che? Ci sono io con te."

"Ma senza di lei come farò? Come faremo noi due?"

"Domani mattina, Inge, verrà a prepararci la colazione e credo che vorrà parlarti!"

Inge è mia madre. Subito dopo la nostra riconciliazione chiese a Paoletto di chiamarla per nome. Fu un atto di grande delicatezza che apprezzai tanto da portarlo nel cuore ancora adesso.

"Credo che ti chiederà di venire a vivere con noi, finché ti piacerà. Anzi credo vorrà chiederti di farti da mamma. A farti da padre e per tutto il resto credo di poter continuare io."

Rivedo la scena e mi accorgo che nella sua forma strana e contorta fu una proposta di matrimonio. Gli stavo chiedendo di sposarmi. Anzi, stavo anticipando la proposta che mia madre gli avrebbe fatto la mattina dopo. In modo che anche la forma fosse rispettata.

"Ci verrai?"

"E mio padre, sua moglie? Zio Giulio? Che diranno?"

"Capiranno e noi glielo spiegheremo, se non ci arrivano da soli! Non vorrai andartene lontano, vero?"

"No!" disse spaventato anche solo dall'idea. E quella reazione, il suo tremito, come mi s'avvicinò perché l'abbracciassi, tutto questo mi riscaldò il cuore.

"Casa nostra è grande. Mamma ha detto che per il momento libereremo per te due delle stanze di sopra, così potrai portarci i mobili. Poi lei pensa che potremmo far sistemare il piano terra e andare a viverci insieme. Noi due da soli!"

"Sei sicuro che non darò fastidio? Mi volete davvero?"

Un bacio chiuse la discussione. Restammo abbracciati tutta la notte. Nonna Luigia era un po' inquieta, ma il più delle volte bastava che lui le sfiorasse la mano e subito tornava nel suo torpore.

Mia madre al mattino parlò con Paoletto per più di un'ora e non chiesi mai, a nessuno dei due, quello che s'erano detti. Dovevano aver stretto un nuovo contratto di maternità. Se ne è mai esistito uno. Quando tornarono da me era tutto sistemato. Avevo un nuovo fratello, un marito e un figlio. C'era da domandare il permesso di tutto al padre di Paoletto e a Giulio, ma la cosa non mi preoccupava.

Nei giorni concitati della morte di nonna Luigia, Paoletto entrò in contatto con suo padre per qualcosa che non fossero i convenevoli di chi si vede ogni tanto. La donna che li aveva allontanati era morta e padre e figlio poterono finalmente scavalcare la barriera che lei aveva alzato fra loro. Trascorse con lui molto tempo ed io mi ingelosii follemente. Arrivai a desiderare che morisse, progettai anche di ucciderlo.

Quell'uomo non gli assomigliava per niente, né fisicamente e non certo nel carattere, fra loro non c'era alcuna affinità. Ed era chiaramente impreparato a trattare con un figlio con non aveva mai conosciuto. Ma io, piuttosto che aiutarlo a superare l'imbarazzo, l'odiai con tutte le mie forze e tornai tranquillo solo quando lo vidi partire, perché fui certo che non sarebbe tornato.

Se si ama qualcuno, se ne ha cura, più che per se stessi. Si ha paura per la sua salute, temendo la sua sofferenza più della propria. È più facile immaginarsi vicini alla morte che accettare l'idea che chi si ama possa lasciarci a soffrire per la sua mancanza. Sono pensieri che ho fatto vegliandolo. Forse ne avevo già fatti di simili, anche se meno consapevoli, perdendo mio padre.

Durante la malattia di Paoletto abbandonai il lavoro per restargli accanto.

"Per colpa mia stai trascorrendo giornate orribili."

"Stai zitto, scemo!"

"No, è così! E poi ti ricordo tuo padre, lo so!"

Guardò fuori, in giardino. E mi resi conto che era andato a sedersi, anzi, io l'avevo adagiato sulla poltrona usata di solito da mio padre. Erano trascorsi più di vent'anni, oppure no? Mio padre si metteva su quella stessa poltrona a guardare la buganvillea, chiedendosi se l'avrebbe vista fiorire. Sapeva di no, sapeva che avrebbe visto le gemme, ma non i fiori. Così come io sapevo in quel momento che anche Paoletto avrebbe forse visto i colori della primavera, ma non quelli dell'estate.

"Sono stato io a farti da padre, Roby. Non è vero?"

Sapevamo che era così.

"Non è ridicolo? Io che non ho mai avuto un padre, rifiutato come figlio. No, non rifiutato, sottratto a mio padre dalla buonanima di mia nonna, mi sono ritrovato, a quindici anni, a farti da padre. Sono stato un buon padre per te, amore mio?"

"Il migliore."

Non potei più parlare. Qualcosa mi strinse la gola. Per la seconda volta stavo per dire addio a mio padre.

Quello a Vienna fu il nostro primo viaggio insieme, il primo dei tanti che abbiamo fatto in questi anni.

Partimmo di pomeriggio dalla stazione centrale. A salutarci c'era nonna Luigia in lacrime, sostenuta da Giulio, anche lui intristito dalla nostra partenza. Paoletto invece era raggiante ed io provavo un'intima felicità che era, al tempo stesso, appagamento e attesa. Lo guardavo e mi rendevo conto di aspettare con desiderio il momento in cui saremmo stati soli. Non sapevo come e quando, perché avremmo viaggiato in cuccetta con mia madre. Avevo soltanto voglia di stringerlo e baciarlo. Nei miei pensieri mi fermavo a quello, perché sentivo intensamente la mia eccitazione, non un imbarazzante gonfiore, ma la semplice consapevolezza del mio corpo, la percettività della mia pelle.

Visto il poco tempo a disposizione non avevamo avuto modo di trovare una sistemazione anche per Paoletto, perciò avremmo lasciato a mamma la cuccetta di sotto e noi ragazzi ci saremmo arrangiati in quella più alta. Pensammo che lo scompartimento del wagonlit fosse abbastanza comodo e grande per ospitarci tutti e tre.

La serena felicità di Paoletto calmò per un po' la mia eccitazione e contagiò anche mia madre che accettò di giocare a carte con noi. Fu un'altra sorpresa. Paoletto la fece ridere e, che ricordassi, non era più accaduto dalla malattia di mio padre. Mi inteneriva vederli discutere animatamente del gioco che stavano facendo. Erano le due persone che amavo di più. Era per loro che vivevo. Non ci fossero state, la mia vita non avrebbe avuto significato.

Ora non ci sono quasi più. Paoletto se n'è andato. Mia madre ha finalmente trovato un compagno.

Cenammo e al rientro dal vagone ristorante trovammo le cuccette preparate per la notte.

Attendemmo in corridoio che lei fosse pronta per andare a letto.

"Hai intenzione di dormire?" bisbigliai.

"Casco dal sonno. Perché tu che vuoi fare?" chiese allarmato.

"Toccarti!"

"No. C'è tua madre!"

"Lei dormirà."

Mi fece un sorriso furbo.

"Beh... se dici che è così. Possiamo sempre metterci d'accordo."

Sotto le lenzuola ci accomodammo in modo che io l'abbracciassi e lui potesse addormentarsi posandomi il capo sulla spalla e sul cuscino. Non ci eravamo spogliati molto, ma almeno eravamo in mutande e maglietta. Era stato divertente toglierci i vestiti mentre eravamo arrampicati sulla cuccetta superiore. Ridendo e dandoci spinte, minacciando l'altro di farlo cadere di sotto in mutande. E la presenza di mia madre, non ci intimidì per nulla e fu presto ignorata. Ci baciammo. Poi cercando di muoverci meno possibile ci infilammo le mani nelle mutande. Le carezze che ci demmo furono silenziose, prudenti. Non potevamo generare alcun suono e la reazione doveva essere comprensibile solo al tatto. Le nostre erezioni furono immediate e, mentre le nostre labbra restavano incollate, con le mani ci sfioravamo, non spingendoci oltre per paura di non poter tornare indietro. E far rumore. Il sonno, un sonno di piombo, ci colse così. Le mani strette attorno all'oggetto del desiderio, le bocche unite, gli occhi già chiusi.

Il guanciale, sottile e durissimo, era ruvido al contatto con la pelle e contribuì a svegliarmi assieme ad una frenata un po' brusca del treno. Era passata l'alba, un chiarore leggero filtrava dal finestrino, oscurato dalla tenda, ma sufficiente a farmi distinguere ogni particolare. Scoprii che nella notte Paoletto si era liberato del mio abbraccio per cingermi a sua volta in una stretta protettiva. Doveva essere quella la posizione corretta per noi due. Lui a proteggere me, anche da me stesso, e non io a lui. Doveva essere così, se anche dormendo, nell'incoscienza del sonno, ci disponevamo ad assumere quella posa.

Mi assalì l'ansia di dirglielo.

Distinsi il respiro regolare di mia madre e quello un po' più roco di Paoletto. Dormivano. Le mie labbra erano a pochi centimetri dalle sue. Mi avvicinai e lo baciai. Una volta e poi ancora, finché si scosse. Continuai ad accarezzarlo con le labbra e lui aprì gli occhi. Sospirò, forse per protestare.

"Siamo già in Austria" bisbigliai.

Brontolò un si e richiuse gli occhi. Ripresi a baciarlo e chiusi gli occhi anch'io. Li riaprii subito e mi accorsi che, pur continuando ad abbracciarmi, mi fissava accigliato.

Mi feci più vicino fino ad aderire al suo corpo. Lo toccai davanti e gli presi in mano l'uccello. Era duro. L'accarezzai e lo sentii aggiustarsi per facilitarmi i movimenti. Poi mi toccò anche lui.

"Ti ho svegliato per dirti che ti amo" mormorai "e che mi sento protetto da te, dai tuoi abbracci. Credo che per l'età dovrei essere io ad aiutare te, ma tu sei più bravo."

"E non potevi aspettare a dirmelo?"

"No, dovevo farlo adesso. Ma ora possiamo dormire: Vienna è lontana!"

"Dobbiamo dormire così?"

E scosse gentilmente ciò che stringeva con delicatezza.

"Si" dissi e l'accarezzai "stiamo così. Ci riesci?"

"Credo di si."

Fu a Vienna che facemmo l'amore e Paoletto mi donò la sua verginità.

Su suggerimento di mia madre, i nonni ci avevano sistemato nella casetta di legno nel bosco. Sembrava di vivere in una casa di fiaba, ma era tutto vero. Era la casetta che avevano fatto costruire durante la guerra ai limiti del Wienerwald, a pochi chilometri da Vienna e ci avevano abitato con mia madre e i miei zii per proteggersi dai bombardamenti. Da bambino avevo trascorso in quella casa molte notti d'estate, assieme a dei cugini ed ora ci tornavo con Paoletto.

Di giorno giravamo divertiti per Vienna che è l'altra mia città. Una sera il nonno ci portò a Grinsing. Quando tornammo alla casetta eravamo un po' brilli. Paoletto più di me. Avevamo mangiato e bevuto in una osteria molto speciale, perché era stata ricavata da una delle settanta case in cui aveva abitato Beethoven. E questo aveva esaltato il mio innamorato. Il vino leggero e frizzante che si beveva, e ora non si beve più, nelle osterie di Grinsing aveva fatto il resto. Ridemmo come matti per tutto il tragitto in macchina e quando fummo soli scoprimmo di essere già abbracciati. Forse stavamo così da molto tempo prima.

"Puzzi di vino" mi disse.

"E tu sei ubriaco..."

"Davvero? Allora approfittane!"

"Per cosa?"

"Scopami."

"Come?"

"Ho detto... scopami!"

E mi si premé addosso. Mi baciò ed io l'abbracciai più stretto.

"Che aspetti?" disse "Voglio farlo adesso. Ti desidero. Voglio fare l'amore, scemo! Tu sai come si fa. Tu sai cosa devi fare. No?"

E mi spinse contro il muro, mentre con le mani cominciava a spogliarmi.

"Sai cosa mi devi fare? Le cose che hai fatto con René... tutto, tutto! Fammi tutto quello che vuoi... adesso, stanotte!"

Ero intontito dal vino ed eccitato da quelle parole.

"Si, amore..." borbottai.

Dormivamo nella cameretta di sopra cui si arrivava per una scala a chiocciola che univa i due piani della casetta. Era stretta tanto da doverci passare uno per volta. Andammo ad incastrarci sugli scalini, perché nessuno dei due voleva cedere il passo o lasciare l'abbraccio dell'altro. Questo ci fece scoppiare in una risata esilarante, incontrollata.

Mi ritrovai di schiena sui gradini, quasi attorcigliato all'asse della scala, mentre lui era su di me e cercava di abbassarmi i pantaloni. Avevo le mani sotto la sua camicia e seguivo con le dita, ipnotizzato, la linea della sua spina dorsale. Poi con i gomiti salii qualche altro scalino.

Paoletto venne a trovarsi davanti al mio uccello che già dondolava in attesa di attenzioni.

Ero davvero ubriaco e solo una piccolissima parte di me pensava ancora di sottrarsi a quella seduzione. Non lo feci, perché avrei dovuto? Lui lo prese in bocca, senza esitare, e lo leccò come fosse un gelato. Con la stessa concentrazione di quando aveva in mano un cono traboccante da cui si affannava a non lasciar cadere neppure una goccia. Era golosissimo. E in quel momento aveva la stessa espressione intensa, concentrata. Io ero in uno stato di semi incoscienza, il vino mi aveva irrimediabilmente confuso e guardandolo riuscii soltanto a ridacchiare, ma poi tornai serio perché la sua lingua mi trasmetteva ondate di piacere. Lo fece per un tempo che non seppi misurare, mi fissava, alzando gli occhi e il suo sguardo mi diceva che non era a disagio per ciò che stavamo facendo. E se fossi stato sobrio forse avrei capito che lui non era ubriaco come faceva finta di essere.

Finalmente raggiungemmo il letto, ma prima avevamo perduto quasi tutti i vestiti e fra tutt'e due avevamo addosso soltanto un calzino. Ricordo il calzino bianco, ma non so chi l'avesse indosso.

Ci abbracciammo, infilandoci sotto le coperte. Tremammo al contatto con le lenzuola fredde e lui mi strinse per proteggermi. Eravamo affannati, perché la salita era stata lunga e faticosa, per i baci che ci eravamo dati ad ogni scalino, per l'abbraccio, per la lotta fatta liberandoci dei vestiti, per l'ansia e l'eccitazione che ci avevano assaliti.

Mi cingeva con le braccia e io me ne stavo rannicchiato contro di lui a cercare e gustare il tepore del suo corpo. In un buio che non era tale perché la luce della luna filtrava dal lucernario che si apriva sul tetto spiovente. Ce ne stemmo là a riscaldarci e tirare il fiato.

"Prendimi!"

Non era ubriaco. Era cosciente e chiedeva che lo facessi mio.

Il suo corpo, da me desiderato con passione e dolore, finalmente mi era offerto. E lo feci mio, senza più parole o esitazioni.

Mi spostai fino ad inginocchiarmi fra le sue gambe e mi chinai a baciargli il ventre. Mi liberai delle coperte: la stanza era fredda, ma dentro di noi ardeva un altro calore e non sentivamo più la temperatura esterna. Dopo averlo coperto di baci, cercai di farlo girare, ma lui restò fermo.

"Voglio guardarti, mentre lo fai" mormorò "Ti prego, fammi guardare!"

Avevo sentito la sua voce lontana, chiedermi di prenderlo, poi aveva parlato ed io ero come rapito dalla magia di quel momento.

Feci di si con la testa e gli sollevai le gambe. Mi chinai fino al buco e lo leccai, riempiendolo di saliva. Mi bagnai l'uccello e l'avvicinai a lui.

Fissava il mio volto con attenzione. Era molto concentrato su ciò che stavo facendo, ma di più lo era su di me, sulle mie reazioni.

La luce della luna gli disegnava i tratti del viso, creando addirittura qualche ombra, e in fondo al suo sguardo concentrato vedevo soltanto l'amore.

I suoi occhi brillarono. Fu la mia fantasia, ma ricordo di averli visti luccicare.

Lo sfiorai con la punta e spinsi leggermente. Avvertii una contrazione nelle gambe che tenevo appoggiate alle spalle, ma le rilassò immediatamente ed io spinsi di nuovo, con delicatezza. Ci guardavamo negli occhi. Cercavo di capire se gli stessi facendo male, che non soffrisse. Lo penetrai ancora e quando gli fui dentro, chiuse gli occhi. Mi mossi e gli sfuggì un gemito. Immediatamente sentii sull'uccello le sue contrazioni. Il suo corpo si tese e poi ricadde. Stava venendo. Il suo orgasmo sopraffece anche me. Chiusi gli occhi e spinsi dentro di lui con più forza. I miei movimenti lo sollevarono ancora, facendoci ricadere insieme. Raggiunsi subito il mio culmine, poi piombammo esausti sul letto, in un groviglio di braccia e gambe. Restai dentro di lui.

Riaprì gli occhi, cercò la mia bocca e ci baciammo. Mi spostai lentamente, scivolandogli fuori. Mi sfiorò sulle gambe, poi me lo prese in mano. L'accarezzò.

"Eravamo una persona sola prima. Ma anche adesso sono tuo! Non è vero?"

"Si..."

"Tu sei stato dentro di me..."

"... voglio che anche tu lo faccia. Ti desidero anch'io."

"Abbiamo tempo. Lo farò quando sarò pronto!"

"Quando?"

"Non voglio farlo ora, né domani, né fra una settimana. Dammi tempo. Per ora mi basti tu. Voglio essere sempre tuo. Devi farlo ancora. Sempre!"

Aveva deciso. Per me e per lui e non servirono le mie proteste. Lo fece solo qualche tempo dopo.

Adesso non è più con me. Se n'è andato, lasciandomi.

"Mi hai mai tradito?"

"Una volta sola."

"Non me l'hai detto..."

"Me ne sono sempre vergognato. È stato a Boston. Tu eri ancora in Italia e io mi sentivo solo. Credo che Greg si sia approfittato di me."

Scoppiammo a ridere. Quello che era accaduto era così lontano nel tempo che Greg pareva soltanto una figura sbiadita nei nostri ricordi. Nei suoi che pure l'aveva conosciuto, quanto nei miei che l'avevo avuto come amico per qualche mese e come amante solo per un paio di volte.

"E tu?" chiesi, come per gioco, certo che mi rispondesse che, no, non ci aveva neppure pensato.

"Si..." e colse il mio sguardo incredulo "Non mi credi, eh?"

"Dovrei?" dissi, mentre la mia faccia gli esprimeva tutto lo scetticismo che poteva.

"Faresti meglio a crederci, invece!"

"E perché non me l'hai mai detto?"

Scetticismo e sorpresa, ma poi scioccamente, anche sospetto e rabbia.

"Perché non avresti capito. Perché ne avresti fatto una tragedia e la pomiciata che mi sono fatto non meritava altro che il mio pentimento."

"La pomiciata? Con chi?"

Rabbia per cosa? Con chi, con lui che era davanti a me, accasciato sulla poltrona?

"Era uno come te. Quando ho capito quanto vi somigliavate, l'ho lasciato perdere. Non ne valeva la pena."

"Ma chi? Quando?"

"Sei geloso, lo vedi?"

"Certo che sono geloso!"

"Al liceo!"

"Al..."

"Lo vedi che non sei ancora pronto a saperlo? Nemmeno dopo vent'anni e dopo che anche tu hai detto di avermi tradito?"

"Hai ragione, scusa!"

"Ti scuso! Ma si, ti scuso... Non credo che tu l'abbia mai conosciuto, ma era molto carino. Aveva un anno più di me. Quando seppe che ero gay, mi venne a cercare e mi disse che aveva qualche dubbio su di sé, non sapeva esattamente cos'era. Forse anche lui era un po' gay. Quel giorno mi sentivo un po' matto ed ero arrabbiato con te, allora gli sparai in faccia che c'era un solo modo per saperlo con certezza: provare a fare sesso. E lui ovviamente mi chiese con chi potesse farlo. Ed io `Con me!' perché era proprio carino e quel giorno avevamo litigato. Ovviamente ne parlammo più approfonditamente e quello che ti sto raccontando è solo l'essenziale, ma finimmo a fare delle cose nella sua macchina, mentre tu mi cercavi disperatamente, non immaginando neppure dove fossi finito."

"Adesso mi ricordo..." lo interruppi.

"Appunto! E non meriti di sapere altro..."

"Come? Voglio sapere tutto!"

Ma già scherzavo.

"Era gay. Molto. Anzi moltissimo. Ti basti sapere questo. Ma era un indeciso. Come lo eri tu, qualche anno prima e lo lasciai perdere. Anche perché mi era venuto da piangere all'idea d'averti tradito. Tu te lo meritavi, però, perché mi avevi fatto arrabbiare, ma io non volevo proprio tradirti... solo darti una piccola lezione... e..."

La sua concentrazione improvvisamente venne meno. Era esausto. Accadeva in quei giorni. Attesi che si riprendesse.

"Mi perdoni?" chiese sorridendo, dopo aver sonnecchiato per qualche minuto.

Gli feci di si con la testa e lui guardò verso il giardino, cercando non so cosa con gli occhi. Sapevo che non vedeva quasi più, non più tanto. Poco più che distinguere luci ed ombre.

"Dio è stato cattivo con noi?"

"Un poco, forse!"

"Che sarà dopo? Ho paura."

"Andrai ad aspettarmi in un posto lontano. E questa volta è certo che arriverò!"

"Un'altra volta? Ti ho già aspettato... sono stati tre anni?" ci pensò su "...si, sono stati tre!"

"È stato tanto tempo fa."

"Adesso andrò dove il tempo non conta."

"Ma io ti raggiungerò presto."

"No... basta, smettila" pianse. Lo faceva spesso da quando era ammalato.

Era alla fine. Lo sapevo. Davanti alla finestra. Il cielo era grigio.

"Non ho più molto tempo" invece di rispondere gli presi la mano e la baciai "non è molto, vero?"

La sua voce era un sussurro, ridotta al fiato che riusciva ad articolare in parole. La sua debolezza mi faceva capire che per lui non ci fossero che poche ore o soltanto qualche giorno.

"Non lo so" dissi cercando di essere convincente. Soprattutto per credere anch'io in ciò che dicevo.

"Mi preoccupo per te. Che farai dopo? Così, senza di me?"

"Non preoccuparti. Qualcosa farò!"

"Per prima cosa, devi promettermi che non farai sciocchezze. E poi giurami che tornerai a lavorare, ad essere il medico che sei sempre stato. L'uomo che io amo!"

"Paoletto..."

Stavo piangendo. Non dovevo. Non ero più un buon medico, né l'amante premuroso che volevo essere con tutte le mie forze. Ero tornato ad essere soltanto il ragazzo vile che l'aveva abbandonato e che ora aveva paura di soffrire e di restare solo.

"Non piangere. Non è il momento" mi rimproverò "Non ho più tempo. Voglio che tu mi prometta quello che ho detto."

"Va bene."

"Giuralo."

"Te lo giuro."

"Sul nostro amore?"

"Su noi stessi e sul nostro amore..." continuavo a piangere.

Non riuscivo a non farlo. Avevo sempre cercato di essere forte. Piangevo di notte, dopo che gli avevo somministrato il calmante per farlo addormentare. Di giorno, in genere, riuscivo a dominare la disperazione che provavo.

"Allora? Quanto tempo ho?"

"Non lo so."

"Tu lo sai quant'è... ed io so che è poco. Ma quanto poco ancora? Tu puoi prevederlo. Lo so!"

"Non ... credo sia molto..."

"Allora è la fine" e chiuse gli occhi.

Mi prese la mano e me la strinse con un movimento così rapido che non credevo potesse più fare, ma quelle erano tutte le sue forze, le ultime:

"Tutto è sistemato. È tutto finito. Il pianista che odiava Mozart per colpa tua, se ne va... ti amo tanto, Roby!"

Lo sforzo di parlare l'aveva spossato, si abbandonò con il capo piegato sul petto. Lo riportai a letto. Non pesava più tanto. Da qualche giorno non utilizzavo più la sedia a rotelle.

Chiuse gli occhi e non si svegliò più.

Questa storia è triste. L'ho scritta solo per ricordare lui e quanto sono stato felice.

Non distruggerò la buganvillea, né il gelsomino, forse raccoglierò dei rami di caprifoglio e li poserò sulla tastiera del suo pianoforte.

Fine

lennybruce55@gmail.com


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